lundi 1 février 2021

Luci in fondo al tunnel: il PICAI in rete

Adesso che ci penso un tentativo di insegnamento a distanza l’ho fatto anch’io in seno al PICAI. In un determinato anno fu bandito un concorso che aveva come premio il “patentino” di istitutore per accompagnare dei bimbi di scuole elementari per una vacanza di due settimane a Pestum in provincia di Salerno in Campania. Ci fu pure assegnato un programma da svolgere che, però, poteva essere effettuato in classe solo se tutti gli studenti fossero stati d’accordo; solo pochi alunni si dichiararono interessati e, quindi, dovetti ammainare le vele per la traversata verso “o paese d’o sole”. Notanto, però, un accorato rammarico in quelli che erano favorevoli al progetto, chiesi l’attenzione della scolaresca e feci una proposta: “Sentite ragazzi, visto che non ci sono le condizioni per prepararci in classe posso mettermi a disposizione di chi ne ha voglia via telefono e via e-mail”. E fu così che prese piede quella singolare avventura didattica che, complice il covid, oggigiorno sta divenendo, grazie ai mezzi di informazione odierni, di normale routine in quasi tutte le scuole del globo; e sono alquanto orgoglioso di poter dire che ben due di quei ragazzi da me preparati on line poterono godere di quella stupenda vacanza in Italia. Intanto fu sì una bella esperienza, ma quando il sabato mattina contattavo I miei alunni de visu era tutto molto più socievole e reale perché, detto tra noi, l’habitat naturale dell’educazione e dell’istruzione resterà sempre e soltanto la scuola. Anzi mi chiedo quale ripercussione avrà questo nuovo sistema educativo nell’impatto di quella futura società che da oggi in poi appunto la scuola andrà preparando.

Detto questo, o meglio ho detto questo perché anche il PICAI, in questi momenti di covidianità, ha avuto i suoi piccoli o grandi problemi che siano. Il covid ha obbligato anche il nostro Ente linguistico ad adeguarsi ai tempi che corrono interrompendo i corsi e adattandosi alle norme di igiene sanitaria e di distanziamento sociale. Personalmente è già da anni che non insegno più il sabato mattina, ma mi sento sempre un membro dell’Istituzione ed il mio pensiero non può non seguirne il cammino…anche perché passo spesso dinanzi alla Leonardo da Vinci dove sono stato di casa per oltre un quarto di secolo. Ed allora mi fa piacere farvi partecipi del fatto che, dopo l’oscura pausa dovuta al virus, dal prossimo 30 gennaio le lezioni riprenderanno, anche se con un nuovo palinsesto dovuto al rispetto delle nuove norme educative e dei nuovi sistemi di insegnamento “telematico”; oltre al sabato verranno impartite delle lezioni pure la domenica mattina per venire incontro alle esigenze dei vari studenti. Quindi anche il PICAI si è dovuto inchinare all’insegnamento a distanza tramite le varie piattaforme on rete come per esempio via zoom nel nostro caso specifico. Il presidente Piero Iannuzzi ha accennato pure ad un insegnamento ibrido (in classe e on line) per quanto riguarda il futuro dell’insegnamento della lingua e cultura italiana del sabato mattina. Ne approfitto per sottolineare che lo scorso 29 gennaio, grazie appunto all’applicazione zoom, ha potuto aver luogo la riunione generale dei soci del PICAI; zoom, lo strumento in rete che ha onorato col dono dell’ubiquità pure questi epici missionari della nostra lingua! E sono contento di questo sprazzo di luce e di quest’aria di positività perché è già la seconda volta, in questo terzo millennio, che l’Ente è soggetto a qualche scossone di vitale importanza.

Fortunatamente, mitico tempio della lingua italiana a Montreal, anche stavolta, quasi Fenice, è come rinato dalle ceneri di questa fatale pandemia. Fortunatamente anche stavolta il “carrozzone” si è rimesso in carreggiata per dirigersi con buone speranze incontro alla luce in fondo al tunnel.

dimanche 17 janvier 2021

 Luci in fondo al tunnel: il vaccino

Molteplici ed entusiastici gli applausi profusi, ad inizio covidianità, ad infermieri e medici che ancora adesso mettono a rischio la loro stessa vita per salvare quella degli altri.

Li ricordate i buon samaritani, i camici bianchi a respigere in prima linea gli attacchi del covid 19? Nel silenzio dei laboratori di ricerca, intanto, scienziati e virologi promettevano alla sofferenza umana il riscatto di un valido vaccino! E questa loro promessa è apparsa all’orizzonte con ampio anticipo  di tempo, nonché con utile vantaggio di quantità e qualità.

La scienza quindi si prodiga per la salute del genere umano. Come mai un po’ qua e un po’ là si verifica, allora, una mancanza di entusiasmo, se non proprio scetticismo,  nei confronti di questa tanto scongiurata panacea? Sembra quasi che i rispettosi elogi di inizio pandemia vengano  messi sotto i piedi da eventuali franco tiratori.

Almeno noi, gente comune, sosteniamola la somministrazione di questa “fatidica puntura” che di certo ci permetterà di avvicinarci alla luce in fondo al tunnel.

Luci in fondo al tunnel: coprifuoco

                Ricordate il “resto a casa” dell’inizio covidianità? Fu un vero e proprio choc quel doversi adattare agli “arresti domiciliari” che, pertanto, ci fecero tornare alle semplice ed utili cose del normale quotidiano che avevamo quasi dimenticato.

          Ricordate quelle note di violino da un tetto di ospedale, quei canti intonati dai balconi di casa, quei baci volanti inviati sulla punta delle dita giù dalla strada? Tutte cose inabituali che, oltre a diventare normali, ci hanno permesso di tornare alla semplicità della vita e di tener testa all’invisibile nemico giunto a rattristare le nostre giornate!

          Ma ci fu pure chi sfortunatamente, prendendo sotto gamba quelle utili norme sanitarie, andava aggravando la situazione fino  a quasi costringere chi di dovere all’ingiunzione dell’attuale coprifuoco.

          In questo silenzio serale e notturno cerchiamo di meditare e riflettere al buon da farsi: cerchiamo di valutare questa nuova drastica misura sociale dal lato “prezioso” che potrebbe avere: al pari del “resto a casa”, se rispettato, potrebbe dare i suoi buoni frutti facendoci avvicinare alla luce in fondo al tunnel. 

Luci in fondo al tunnel: fede e scienza

                Indietro nel tempo nei momenti di calamità corporali o di avversità naturali ci si rivolgeva a Dio per scongiurare le sventure che giungevano ad affliggere l’intera umanità. La medicina veniva sì in soccorso delle genti, ma le sue vedute di allora poco potevano di fronte ai malanni che seminavano morte e spavento nel mondo di quei tempi. Anche lontano dalla Madre Patria, noialtri emigranti, abbiamo trapiantato la cara tradizione delle feste patronali…santa costumanza a cui, causa coronavirus, abbiamo dovuto dare un attimo di tregua. Anticamente erano appunto i santi patroni che debellavano miracolosamente i flagelli che sconvolgevano contrade, paesi e città.

          Detti momenti di sconcerto sembravano quasi essere “passati alla storia”…soprattutto alla luce della moderna medicina che, grazie alla scienza e alla ricerca, sembra aver soppiantato la fede e la preghiera! Ed invece un invisibile “alito soffocante” è venuto a rimettere in discussione la stessa vita del genere umano. Con solerzia i virologi sono prontamente passati all’attacco ed hanno già trovato vaccini adatti a respingere il nemico. Ma basterà la scienza da sola a proteggere la vita sulla terra o s’incombe il dovere di rivolgere pure gli occhi al cielo per proiettare nello spazio l’arcobaleno del “tutto andrà bene”?

          Il sospirato 2021 ha fatto il suo ingresso in mezzo a noi. Il vaccino pure è giunto più che puntuale a confortare le speranze dell’uomo. Anch’esso però, il virus ha preso una variante più rapida e nociva. Affidiamoci alle encomiabili doti dei camici bianchi e alle capacità dei ricercatori; ma, per avvicinarci più velocemente alla luce in fondo al tunnel, non sarebbe consigliabile rimettersi pure nella mani di Dio, secondo i dettami dei nostri antenati? Infatti, quanti di noi non hanno pensato, appena comparso il covid 19, che era forse un castigo del cielo?

          Che sconforto intanto, in questo periodo di pandemia che non accenna a finire, quei tanti trapassi senza l’abbraccio di una prece amica!

samedi 2 janvier 2021

 Accogliendo il 20ventuno

                L’atteso 20ventuno di certo non poteva accommiatare con un abbraccio il  suo perfido predecessore 2020. Allora gli ha dato una gomitata di disprezzo e lo ha mandato fuori dal tempo. E così al rituale conto alla rovescia, varcando le soglie del mondo, è giunto tra noi con le più belle delle intenzioni possibili tra spumanti stappati, scintillio di colori e fremiti al cuore.

          Intanto, scorgendo “quest’atomo opaco del male”, non ha potuto fare a meno di fissarlo negli occhi e dargli un consiglio: “E tu ora, misero vermiciattolo, cerca di non indurmi a cambiare idea!”.

 

Benvenuto 20ventuno

                Sì, un entusiastico pensiero di benvenuto a te, anno 20ventuno ancora tutto da trascorrere.

L’ultima solenne manifestazione con assembramento consentito è stato il Festival di San Remo nello scorso febbraio…dopo di che ombre nel cuore e terrore sul capo dell’intera umanità! La kermesse sanremese è sempre stata simbolo, musicalmente parlando, di vita nuova: la musica leggera del nostro Stivale si rigenera attraverso parole e motivi inediti ed originali. Coronavirus ancora insidiosamente nascosto in mezzo a noi, è ancora San Remo all’orizzonte delle nostre speranze. Il suo direttore artistico ha già anticipato una rappresentazione ad alta partecipazione di pubblico, nel doveroso rispetto sempre delle necessarie norme sanitarie: un significativo passo avanti, comunque, sul fronte di questa rincresciosa lotta al covid 19.

          Chi canta prega due volte, diceva sant’Agostino. Auguriamoci, allora, che questa duplice supplica al Signore dal tempio della musica leggera italiana diretta, guarda caso al nome, dal bravo Amadeus, possa maggiormente intenerire i cori celesti e ben disporli a farci camminare più speditamente verso la luce in fondo al tunnel! Nella resilienza della covidianità sembra che tutto possa ripartire da lì…da dove eravamo rimasti!

          Siamo in gennaio, il mese dell’Epifania che tutte le feste porta via; raccomandiamoci ai Re Magi e chiediamo loro di portare al Bambin Gesù il dono di trasformare le nostre speranze nella certezza di quella rinascita agli indispensabili contatti umani…perché una vita senza abbracci è come un fuoco senza fiamma!

    Intanto, di nuovo benvenuto a te 20ventuno e Buon Anno a tutti voi, cittadini nel mondo!

jeudi 24 décembre 2020

 

In natalizia covidianità

      Eccoci finalmente a Natale ed anche stanotte nascerà il Salvatore; quest’anno, intanto, siamo anche animati dalla speranza che il Divino Bambinello, scendendo dal cielo, ammanti la terra nella tranquillità di un futuro più sereno. Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà. A quegli uomini, cioè, che almeno in questo periodo di pandemia hanno voglia di collaborare coscienziosamente per il benessere di tutti e su tutta la terra. Già da inizio novembre abbiamo cominciato a chiederci a come sarà il Natale 2020. Ebbene sarà esattamente così come ce lo siamo e ce lo stiamo ancora preparando tutti noi che lo festeggeremo anche questo 25 dicembre di questo fatidico ventesimo anno, primo "quarto", del terzo millennio!

       Circa un anno fa, quando il covid venne a nascodersi in mezzo a noi, vennero a formarsi tre distinte piattaforme sociali per combatterlo o perlomeno renderlo il meno aggressivo possibile. Fu la medicina in primis a fargli da scudo e a tenerlo a bada in modo encomiabile ed eroico nonché in maniera esemplare e scientificamente adatta allo scopo. Luminari di tutto il mondo diagnosticarono all’unanimità la stessa linea di difesa e si trovarono pure tutti d’accordo nel dettare leggi sul da farsi: una mascherina di protezione, un frequente lavarsi le mani, uno stretto distanziamento sociale; e già da allora vaticinarono pure, e sempre di comune accordo, un eventuale vaccino la cui lavorazione è puntualmente in via di sviluppo anche se, a scorno dell’iniziale solidarietà collaborativa, ogni Paese adesso è in corsa alla ricerca di quello proprio;  nello stesso tempo si sentenziò pure di doversi adeguare a delle nuove abitudini di vita perché più nulla in futuro sarà come prima per noialtri comuni mortali che dobbiamo, obtorto collo, farcene una ragione!

       Tutto sommato in questo trascorso anno di pandemia, a trovarsi tra l’incudine e il martello forse sono stati proprio i governanti. Si sono improvvisamente trovati tra le mani una scomoda patata bollente, se non addirittura una bella gatta da pelare. Hanno dovuto imporre le norme sanitarie suggerite dalla medicina e hanno dovuto cercare, nello stesso tempo, di venire incontro alle più disparate esigenze delle attività sociali: lavoro, economia, sport, cultura, spettacolo, divertimento, educazione, insegnamento e chi più ne ha più ne metta. E, come sempre accade in emergenze del genere, se accontenti questo scontenti quell’altro e, come fai fai, ti verrà puntato a prescindere l’indice contro! Ditemi quello che volete ma, dando uno sguardo intorno al mondo, soprattutto in quei Paesi che si spacciano per democratici, mi sa che qui in Canada possiamo ritenerci di buon esempio in questa ancora dilagante covidianità. Ciò premesso, tutti i governi hanno messo i necessari paletti di protezione per affrontare la seconda ondata ed ora stanno prendendo anche le richieste misure per farci trascorrere un sereno Natale, onde evitare una malaugurata terza ondata. Intanto, quali sono le nostre reazioni popolari faccia a faccia a queste loro non facili prese di posizione…a sfondo natalizio?

       Si disse che il covid era giunto su terra per richiamare l’uomo ad una più saggia normalità di vita; se ben ricordo anch’io sottolineai, in un mio primo scritto a riguardo, che questo piccolo atomo terrestre era giunto a ritenersi un padreterno in terra. Ora che è quasi giunto Natale sembra che suddetto pentimento non sia a più di dovere e che, almeno per queste festività più suggestive dell’anno, un po’ di più gioia e di più godimento ce lo meritiamo proprio, anche se il nostro nemico è sempre lì in agguato. Cosa ci costa, allora, accettare  di buon grado le norme suggerite  ed  approfittare dell’atmosfera natalizia sia per adattarci alle necessità covidiane e sia per finalmente assuefarci ad una più conveniente normalità? Sono proprio necessari i numerosi assembramenti e le abbondanti tavolate per accogliere il Bambinello e per dare il benvenuto al Nuovo Anno? Quante volte in passato ci siamo rimprovetrati di dare più importanza ai festeggiamenti materiali, anziché prendere in considerazione pure i valori spirituali di queste sante feste? Ed allora rimettiamoci la mano sulla coscienza e cerchiamo di non lamentarci troppo della presenza del virus in mezzo a noi: tutto sommato ci sta porgendo l’occasione di trascorrere un sereno Natale nella gioia della famiglia e nel calore del focolare domestico come ai nostalgici tempi di quando "si stava meglio quando si stava peggio".

       D’altra parte resta fermo un punto: più nulla in futuro sarà più come prima perché con il covid 19 dobbiamo imparare a conviverci! E questo, come in ogni altra cosa che richiede una giusta capacità di adattamento, chi ha la saggezza di farlo lo sta già facendo; chi, invece, non ha il giusto senno per farlo, non vi si abituerà mai…anzi continuerà a parlarne a vanvera senza accorgersi di seminare panico e di stressarsi senza motivo; in questo sopraggiunto clima di convivenza non trascuriamo, dunque, di mettere in agenda il rispetto delle norme, di noi stessi e soprattutto degli altri…se vogliamo realmente avere la meglio sul virus e "regalarci" quella meritata rinascita del tutto andrà bene!

vendredi 4 décembre 2020

 

Sul podio della covidianità

      Una seconda ondata del coronavirus era stata data per scontata, anche se non con assoluta certezza. E già dai primi dell'autunno la ricaduta si è affacciata in vari Paesi andando a prendere di mira anche i giovani: è venuto a fare una carezza pure sulle spalle della promettente età verde!

       Ma cerchiamo di fare una messa a punto su quello che si è verificato, per quanto riguarda il comportamento umano, tra la prima e la seconda fase del covid 19. Intanto va sottolineato che la medicina, ben supportata da precedenti esperienze analoghe e dai passi da gigante fatti dalla scienza, ha saputo controbatere efficientemente gli attacchi del morbo, pur non avendo ancora trovato un vaccino adatto a debellarlo compleltamente. Cosa questa quasi illusoria perché l’unico rimedio a certi mali sta nella convivenza con essi o nella speranza di una eventuale riproduzione di anticorpi. Ciò premesso mi permetto di paragonare questa devastante covidianità ad una gara agonistica e mettere sui tre gradini del podio i protagonisti delle rispettive medaglie. Quello più alto spetta a medici e paramedici che si sono prodigati anima e corpo a soccorrere i contagiati anche a costo della loro stessa vita; ad essi, dunque il meritato onore della medaglia d’oro e il caloroso applauso della nostra riconoscenza!

       Dal canto suo, a quanto pare, pure la fascia generazionale adulta e senile ha fatto la sua parte per non ingolfare il traffico delle vite verso l’aldilà. Un po’ perché prudentemente consigliata dai figli, un po’ per ubbidienza alle  nuove misure di sicurezza, un po’ anche per paura di essere veramente abbracciati da sorella morte…noi anzianotti e gente matura siamo stati, più o meno, di buon’esempio nella gestione di questo increscioso tempo buio; e possiamo essere orgogliosi di aver saputo rinviare a più tardi il giorno della nostra comparsa alle porte del paradiso. E, come avrete ben capito, il secondo posto del podio mi va di assegnarlo proprio alla categoria di queste brave persone: la medaglia d’argento, quindi, sul petto della saggezza che ha tenuto la situazione sotto controllo con calma e riflessione.

       Immagino che siate curiosi di sapere chi ho messo sul terzo gradino del podio; ebbene la medaglia di bronzo l’ho appesa al collo della spensieratezza giovanile. Cari giovani, sin dall’affacciarsi su terra del coronavirus siete stati gli angeli custodi di nonni e genitori più soggetti all’attacco del morbo. Ricordate la spesa fatta per loro e lasciata sull’uscio di casa? E quei saluti di affetto lanciati dalla strada attraverso vistosi baci volanti? Siete stati veramente stupendi nel prendervi cura dei vostri vecchietti con diligente premura e filiale affetto! Ma non sarà che la vostra asintomaticità vi abbia fatto rischiare troppo? Con l’arrivo dell’autunno, infatti, la pronosticata seconda andata si è realmente verificata ed ha preso di mira anche voialtri giovanotti che, a torto o a ragione, vi eravate illusi di essere quasi dei privilegiati. Non sarà che il vostro entusiasmo vi abbia fatto sottovalutare i parametri della situazione? Dovunque nel mondo si è notata una certa trascuranza da parte vostra sulla messa in tratica delle necessarie misure di sicurezza; dovunque nel mondo l’euforia del divertimento e del raggrupparsi insieme vi ha portati a negligere il distanziamento sociale e l’uso della mascherina. Non sarà stato questo vostro modo di comportarvi tanto  impulsivo da rasentare quasi l’incoscienza? Non sarà, infatti, proprio questa vostra leggerezza ad aver appesantito lo scorrere di questo sfortunato 2020?

       Visto che ci risiamo, speriamo bene e torniamo a sognare di nuovo il sereno arcobaleno del «tutto andrà bene»!

lundi 16 novembre 2020

 

In danzante covidianità

          Uno dei settori più frustrati dalla pandemia è quello dello spettacolo e della cultura; purtroppo proprio quelli che hanno a che vedere con il sacrosanto riposo settimanale, nonché per un giusto nutrimento mentale. Fortunatamente in «campo sportivo» c’è stata una certa ripresa delle manifestazioni anche se, per precauzioni antivirus, a porte chiuse. Intanto sembra che la maggiore problematica adesso sia legata alle «piste da ballo»: discoteche e danze sociali…giovani da una parte ed anziani dall’altra. Sono questi i luoghi ancora più soggetti a rischio e ancora maggiormente penalizzati…purtroppo!

        Punto fermo della covidianità è stato, sin dall’inizio, l’isolamento e il distanziamento sociale; questo è l’antidoto e non ci sono se e non ci sono ma che tengano: se si vuol sopravvivere bisogna evitare i contatti stretti e tenersi lontani il più possibile, a parte tutte le altre sante regole di igiene personale e pubblica. Poiché centri d’age d’or e discoteche comportano assembramenti di una certa portata, gestire queste attività e conciliare detti punti in contrasto è risultato difficile ed ha richiesto un compromesso di saggia dose di buon senso civico non indifferente. Difatti, come fa l’uomo, questo animale socievole, a tenersi alla larga dai suoi simili e non concedersi il godimento di sani svaghi ricreativi e di relax? Come fa la nostra terza età a privarsi di quegli incontri «ballerini» che ripagano sacrifici e rinunzie in una vita intera? È una vera tortura a cui si è cercato di sfuggire anche sfidando i divieti di circostanza o facendo finta che il covid fosse già qualcosa del passato. Non me ne vogliano neanche i giovani, ma sembra proprio questo l’attuale andazzo pure degli amanti della discoteca.

       Ciò premesso, cari voi negli anni verdi e cari voi dai capelli d’argento, mi permetto di farvi presente che nella filosofia scolastica l’uomo è definito come «animalis rationalis». Non pensate che sia appunto questo il caso di saper fare uso di questa umana facoltà razionale? C’erano buone speranze di una ripresa; ma sembra che siano state distrutte dal comportamento impulsivo cui ho appena accennato. La prevista seconda ondata, infatti, si è verificata e, guarda caso, ha preso di mira pure i giovani che sembravano aver quasi dimenticata la presenza in mezzo a noi del covid. Fortunatamente in questa ricaduta la medicina è pronta all’assalto e sa cosa fare; ma noi umani cosa abbiamo appreso dalla lezione del coronavirus? Se non vogliamo veramente cadere nel baratro, cerchiamo di uniformarci alle nuove norme che il governo ha dovuto imporci a partire dal colorato mese di ottobre, cercando, una tantum e almeno quando è nel nostro interesse, di agire da «animalis rationalis»! 

 

lundi 2 novembre 2020

 

Eduardo Rodà: con penna e pennello in mano

        Ho conosciuto Eduardo Rodà sui banchi di scuola del PICAI e subito si stabilì tra noi un buon rapporto di amicizia che continua ancora adesso. Ciò che mi colpì maggiormente della sua personalità fu il suo senso di appartenenza e il suo vivere l’italianità con innata convinzione e con sincera spontaneità; virtù, queste, che trasmetteva anche a studenti e colleghi. Conoscendolo bene posso dire con certezza che ha dato un contributo non indifferente alla trasparena della nostra italianità, non solo come pittore, ma anche come insegnante nonché uomo di cultura. Mente aperta e lungimirante parlava volentieri di allargare gli orizzonti dell’insegnamento del sabato mattina per farlo divenire materia scolastica nelle scuole publiche. Ed in effetti nella East Hill di Rivière des Prairies fu appunto lui e sua cugina Giovanna Giordano a creare i presupposti, lavorando intensamente sul terreno ed a tutti i livelli di intervento e coinvolgendo tutti i responsabili, affinché si realizzasse l’integrazione dell’italiano in detto istituto scolastico. Senza calcolare gli anni in cui è stato presente come insegnante anche sui banchi del PELO. Culturalmente parlando mi va di dire che è ben ferrato anche come critico letterario; avendogli fatto leggere alcuni miei racconti di manifattura, sapete cosa mi disse a lettura terminata? Che il mio stile letterario «non si allontana mica tanto dal verismo del Verga». 

        Ma intanto eccovi alcuni suoi cenni di vita. Suo padre Domenico giunge a Montreal nel freddo inverno del 1952 da Condé nel nord della Francia e nel 1953 lo raggiunge pure la moglie Carmela che, nel frattempo ha sposato per procura; dal loro matrimonio nasce il nostro Eduardo nel 1954 e poi suo fratello Francesco Antonio di tre anni e mezzo più piccolo di lui. Intanto ad inizio anni 60 la famiglia ritorna, a bordo dell’Andrea Doria, in Italia per stabilirsi a Motta SanGiovanni dove Eduardo trascorre un’infanzia spensierata e muove i primi passi verso l’arte: nel liceo artistico di Reggio Calabria dove si trovano tutt’ora i Bronzi di Riace! È proprio di questo periodo il suo primo quadro su tela che vede la luce nel giorno del suo compleanno, il 5 gennaio 1971. Ed è anche in quello stesso anno che si trasferiscono in Val D’Aosta; Eduardo continua i suoi studi a Torino e si appassiona pure alla letteratura, tanto è vero che scieglie appunto l’italiano come materia di esame sia per il diploma di maturità che per l’iscrizione all’Accademia Albertina sotto la guida dello scultore Sandro Cerchi. Mette fine ai suoi studi discutendo due tesi di laurea: una sull’arte paleolitica in Francia e una sull’artista olandese Piet Mondrian. Da questi suoi anni scolastici scaturiscono le prime mostre: 1974, 1977, 1980 allorché diventa membro fondatore dell’Opera 80 di Torino.

        Intanto, sempre in quel 1980 assieme al fratello, si concede una vacanza a Montreal presso uno zio qui residente. La vacanza, comunque, si prolunga ed offre ad Eduardo la fortuna di conoscere Domenica, una ragazza calabrese nata a Toronto da genitori di Pentedattilo. Nel 1981 convolano a nozze, partono per l’Italia e in appresso ritornano a Montreal dove mettono su casa e studio artistico. Anche Domenica termina i suoi studi divenendo museologa; la famiglia prende una giusta stabilità e due stupende figlie, Nina e Marta Valentina, vengono ad arricchire e ad allietare la loro unione. Anche i contatti con la Madre Patria rimangono vivi e frequenti; e questo sia dal punto di vista affettivo e familiare che dal punto di vista artistico che si concretizza attraverso mostre ed esposizioni varie anche oltre oceano. Interessanti e notevoli, d’altra parte, pure le sue mostre attraverso il Quebec e, naturalmente nella stessa Montreal come testimoniano quelle presso la Gallerie Bernard alla cui guida ci fu anche il suo amico Gianguido Fucito. A questo punto penso che non sia affatto fuori luogo dare dei numeri: 52 mostre personali e di gruppo; 2 fiere internazionali d’arte contemporanea; e ben 152 articoli, è proprio il caso di dire, fatti ad arte e mestiere, rilasciati a svariati veicoli di informazione sia cartacea che virtuale. A tale proposito vi cito alcuni dei suoi impegni e collaborazioni in tal senso. Bloger del sito «erexpcolor»; collaboratore di «XXI secolo»; fondatore e presidente dell’AELOQ; membro fondatore del gruppo teatrale P. P. Pasolini di Montreal; membro fondatore dell’Opera 80 di Torino ed altri ancora. La sua arte possiamo definirla astratta, geometrica ed attuale; un’arte che è sempre rimasta geometrica e materica; un’arte, sotto quest’ultimo aspetto, espressamente italiana che si arricchisce di echi e di spunti alquanto vicini al Caravaggio e a Leonardo. I suoi lavori riflettono, con semplicità stilizzata, l’immaginario geometrico proiettato dagli strumenti della tecnologia elettronica che popolano il nostro universo contemporaneo. Le sue pitture non sono viste più nella loro «globalità-unicità», ma eseguite su più tele che si possono mettere in parallelo al nastro di un film dove la visuale si sposta assieme alla cinepresa; un procedimento che si sviluppa nel tempo in maniera lineare e successiva.

        Eduardo Rodà, un italiano convinto, un insegnante d’avanguardia, un artista geniale ed originale, una di quelle persone speciali che, una volta conosciute, non si dimenticano più!