vendredi 4 décembre 2020

 

Sul podio della covidianità

      Una seconda ondata del coronavirus era stata data per scontata, anche se non con assoluta certezza. E già dai primi dell'autunno la ricaduta si è affacciata in vari Paesi andando a prendere di mira anche i giovani: è venuto a fare una carezza pure sulle spalle della promettente età verde!

       Ma cerchiamo di fare una messa a punto su quello che si è verificato, per quanto riguarda il comportamento umano, tra la prima e la seconda fase del covid 19. Intanto va sottolineato che la medicina, ben supportata da precedenti esperienze analoghe e dai passi da gigante fatti dalla scienza, ha saputo controbatere efficientemente gli attacchi del morbo, pur non avendo ancora trovato un vaccino adatto a debellarlo compleltamente. Cosa questa quasi illusoria perché l’unico rimedio a certi mali sta nella convivenza con essi o nella speranza di una eventuale riproduzione di anticorpi. Ciò premesso mi permetto di paragonare questa devastante covidianità ad una gara agonistica e mettere sui tre gradini del podio i protagonisti delle rispettive medaglie. Quello più alto spetta a medici e paramedici che si sono prodigati anima e corpo a soccorrere i contagiati anche a costo della loro stessa vita; ad essi, dunque il meritato onore della medaglia d’oro e il caloroso applauso della nostra riconoscenza!

       Dal canto suo, a quanto pare, pure la fascia generazionale adulta e senile ha fatto la sua parte per non ingolfare il traffico delle vite verso l’aldilà. Un po’ perché prudentemente consigliata dai figli, un po’ per ubbidienza alle  nuove misure di sicurezza, un po’ anche per paura di essere veramente abbracciati da sorella morte…noi anzianotti e gente matura siamo stati, più o meno, di buon’esempio nella gestione di questo increscioso tempo buio; e possiamo essere orgogliosi di aver saputo rinviare a più tardi il giorno della nostra comparsa alle porte del paradiso. E, come avrete ben capito, il secondo posto del podio mi va di assegnarlo proprio alla categoria di queste brave persone: la medaglia d’argento, quindi, sul petto della saggezza che ha tenuto la situazione sotto controllo con calma e riflessione.

       Immagino che siate curiosi di sapere chi ho messo sul terzo gradino del podio; ebbene la medaglia di bronzo l’ho appesa al collo della spensieratezza giovanile. Cari giovani, sin dall’affacciarsi su terra del coronavirus siete stati gli angeli custodi di nonni e genitori più soggetti all’attacco del morbo. Ricordate la spesa fatta per loro e lasciata sull’uscio di casa? E quei saluti di affetto lanciati dalla strada attraverso vistosi baci volanti? Siete stati veramente stupendi nel prendervi cura dei vostri vecchietti con diligente premura e filiale affetto! Ma non sarà che la vostra asintomaticità vi abbia fatto rischiare troppo? Con l’arrivo dell’autunno, infatti, la pronosticata seconda andata si è realmente verificata ed ha preso di mira anche voialtri giovanotti che, a torto o a ragione, vi eravate illusi di essere quasi dei privilegiati. Non sarà che il vostro entusiasmo vi abbia fatto sottovalutare i parametri della situazione? Dovunque nel mondo si è notata una certa trascuranza da parte vostra sulla messa in tratica delle necessarie misure di sicurezza; dovunque nel mondo l’euforia del divertimento e del raggrupparsi insieme vi ha portati a negligere il distanziamento sociale e l’uso della mascherina. Non sarà stato questo vostro modo di comportarvi tanto  impulsivo da rasentare quasi l’incoscienza? Non sarà, infatti, proprio questa vostra leggerezza ad aver appesantito lo scorrere di questo sfortunato 2020?

       Visto che ci risiamo, speriamo bene e torniamo a sognare di nuovo il sereno arcobaleno del «tutto andrà bene»!

lundi 16 novembre 2020

 

In danzante covidianità

          Uno dei settori più frustrati dalla pandemia è quello dello spettacolo e della cultura; purtroppo proprio quelli che hanno a che vedere con il sacrosanto riposo settimanale, nonché per un giusto nutrimento mentale. Fortunatamente in «campo sportivo» c’è stata una certa ripresa delle manifestazioni anche se, per precauzioni antivirus, a porte chiuse. Intanto sembra che la maggiore problematica adesso sia legata alle «piste da ballo»: discoteche e danze sociali…giovani da una parte ed anziani dall’altra. Sono questi i luoghi ancora più soggetti a rischio e ancora maggiormente penalizzati…purtroppo!

        Punto fermo della covidianità è stato, sin dall’inizio, l’isolamento e il distanziamento sociale; questo è l’antidoto e non ci sono se e non ci sono ma che tengano: se si vuol sopravvivere bisogna evitare i contatti stretti e tenersi lontani il più possibile, a parte tutte le altre sante regole di igiene personale e pubblica. Poiché centri d’age d’or e discoteche comportano assembramenti di una certa portata, gestire queste attività e conciliare detti punti in contrasto è risultato difficile ed ha richiesto un compromesso di saggia dose di buon senso civico non indifferente. Difatti, come fa l’uomo, questo animale socievole, a tenersi alla larga dai suoi simili e non concedersi il godimento di sani svaghi ricreativi e di relax? Come fa la nostra terza età a privarsi di quegli incontri «ballerini» che ripagano sacrifici e rinunzie in una vita intera? È una vera tortura a cui si è cercato di sfuggire anche sfidando i divieti di circostanza o facendo finta che il covid fosse già qualcosa del passato. Non me ne vogliano neanche i giovani, ma sembra proprio questo l’attuale andazzo pure degli amanti della discoteca.

       Ciò premesso, cari voi negli anni verdi e cari voi dai capelli d’argento, mi permetto di farvi presente che nella filosofia scolastica l’uomo è definito come «animalis rationalis». Non pensate che sia appunto questo il caso di saper fare uso di questa umana facoltà razionale? C’erano buone speranze di una ripresa; ma sembra che siano state distrutte dal comportamento impulsivo cui ho appena accennato. La prevista seconda ondata, infatti, si è verificata e, guarda caso, ha preso di mira pure i giovani che sembravano aver quasi dimenticata la presenza in mezzo a noi del covid. Fortunatamente in questa ricaduta la medicina è pronta all’assalto e sa cosa fare; ma noi umani cosa abbiamo appreso dalla lezione del coronavirus? Se non vogliamo veramente cadere nel baratro, cerchiamo di uniformarci alle nuove norme che il governo ha dovuto imporci a partire dal colorato mese di ottobre, cercando, una tantum e almeno quando è nel nostro interesse, di agire da «animalis rationalis»! 

 

lundi 2 novembre 2020

 

Eduardo Rodà: con penna e pennello in mano

        Ho conosciuto Eduardo Rodà sui banchi di scuola del PICAI e subito si stabilì tra noi un buon rapporto di amicizia che continua ancora adesso. Ciò che mi colpì maggiormente della sua personalità fu il suo senso di appartenenza e il suo vivere l’italianità con innata convinzione e con sincera spontaneità; virtù, queste, che trasmetteva anche a studenti e colleghi. Conoscendolo bene posso dire con certezza che ha dato un contributo non indifferente alla trasparena della nostra italianità, non solo come pittore, ma anche come insegnante nonché uomo di cultura. Mente aperta e lungimirante parlava volentieri di allargare gli orizzonti dell’insegnamento del sabato mattina per farlo divenire materia scolastica nelle scuole publiche. Ed in effetti nella East Hill di Rivière des Prairies fu appunto lui e sua cugina Giovanna Giordano a creare i presupposti, lavorando intensamente sul terreno ed a tutti i livelli di intervento e coinvolgendo tutti i responsabili, affinché si realizzasse l’integrazione dell’italiano in detto istituto scolastico. Senza calcolare gli anni in cui è stato presente come insegnante anche sui banchi del PELO. Culturalmente parlando mi va di dire che è ben ferrato anche come critico letterario; avendogli fatto leggere alcuni miei racconti di manifattura, sapete cosa mi disse a lettura terminata? Che il mio stile letterario «non si allontana mica tanto dal verismo del Verga». 

        Ma intanto eccovi alcuni suoi cenni di vita. Suo padre Domenico giunge a Montreal nel freddo inverno del 1952 da Condé nel nord della Francia e nel 1953 lo raggiunge pure la moglie Carmela che, nel frattempo ha sposato per procura; dal loro matrimonio nasce il nostro Eduardo nel 1954 e poi suo fratello Francesco Antonio di tre anni e mezzo più piccolo di lui. Intanto ad inizio anni 60 la famiglia ritorna, a bordo dell’Andrea Doria, in Italia per stabilirsi a Motta SanGiovanni dove Eduardo trascorre un’infanzia spensierata e muove i primi passi verso l’arte: nel liceo artistico di Reggio Calabria dove si trovano tutt’ora i Bronzi di Riace! È proprio di questo periodo il suo primo quadro su tela che vede la luce nel giorno del suo compleanno, il 5 gennaio 1971. Ed è anche in quello stesso anno che si trasferiscono in Val D’Aosta; Eduardo continua i suoi studi a Torino e si appassiona pure alla letteratura, tanto è vero che scieglie appunto l’italiano come materia di esame sia per il diploma di maturità che per l’iscrizione all’Accademia Albertina sotto la guida dello scultore Sandro Cerchi. Mette fine ai suoi studi discutendo due tesi di laurea: una sull’arte paleolitica in Francia e una sull’artista olandese Piet Mondrian. Da questi suoi anni scolastici scaturiscono le prime mostre: 1974, 1977, 1980 allorché diventa membro fondatore dell’Opera 80 di Torino.

        Intanto, sempre in quel 1980 assieme al fratello, si concede una vacanza a Montreal presso uno zio qui residente. La vacanza, comunque, si prolunga ed offre ad Eduardo la fortuna di conoscere Domenica, una ragazza calabrese nata a Toronto da genitori di Pentedattilo. Nel 1981 convolano a nozze, partono per l’Italia e in appresso ritornano a Montreal dove mettono su casa e studio artistico. Anche Domenica termina i suoi studi divenendo museologa; la famiglia prende una giusta stabilità e due stupende figlie, Nina e Marta Valentina, vengono ad arricchire e ad allietare la loro unione. Anche i contatti con la Madre Patria rimangono vivi e frequenti; e questo sia dal punto di vista affettivo e familiare che dal punto di vista artistico che si concretizza attraverso mostre ed esposizioni varie anche oltre oceano. Interessanti e notevoli, d’altra parte, pure le sue mostre attraverso il Quebec e, naturalmente nella stessa Montreal come testimoniano quelle presso la Gallerie Bernard alla cui guida ci fu anche il suo amico Gianguido Fucito. A questo punto penso che non sia affatto fuori luogo dare dei numeri: 52 mostre personali e di gruppo; 2 fiere internazionali d’arte contemporanea; e ben 152 articoli, è proprio il caso di dire, fatti ad arte e mestiere, rilasciati a svariati veicoli di informazione sia cartacea che virtuale. A tale proposito vi cito alcuni dei suoi impegni e collaborazioni in tal senso. Bloger del sito «erexpcolor»; collaboratore di «XXI secolo»; fondatore e presidente dell’AELOQ; membro fondatore del gruppo teatrale P. P. Pasolini di Montreal; membro fondatore dell’Opera 80 di Torino ed altri ancora. La sua arte possiamo definirla astratta, geometrica ed attuale; un’arte che è sempre rimasta geometrica e materica; un’arte, sotto quest’ultimo aspetto, espressamente italiana che si arricchisce di echi e di spunti alquanto vicini al Caravaggio e a Leonardo. I suoi lavori riflettono, con semplicità stilizzata, l’immaginario geometrico proiettato dagli strumenti della tecnologia elettronica che popolano il nostro universo contemporaneo. Le sue pitture non sono viste più nella loro «globalità-unicità», ma eseguite su più tele che si possono mettere in parallelo al nastro di un film dove la visuale si sposta assieme alla cinepresa; un procedimento che si sviluppa nel tempo in maniera lineare e successiva.

        Eduardo Rodà, un italiano convinto, un insegnante d’avanguardia, un artista geniale ed originale, una di quelle persone speciali che, una volta conosciute, non si dimenticano più! 

samedi 24 octobre 2020

Numero speciale in occasione della XX settimana della lingua italiana nel mondo 

Il PICAI e l’italiano a Montreal   

          Come ogni cosa sulla faccia della terra, anche gli Enti socio-comunitari, con il passare del tempo, dovrebbero adeguarsi alle esigenze della società. Ciò premesso, appena giunsi a Montreal nel 1967 per due anni insegnai italiano ai figli degli emigranti nelle scuole del sabato mattina. Dette scuole vennero istituite nel 1950 da Mons. Andrea Maria Cimichella e gestite, a quei tempi, dalle parrocchie italiane della nostra metropoli canadese. Allora sì che bisognava parlare di insegnamento a livello di emigrazione: avevamo ancora la valigia di cartone appesa al chiodo in un accorato angolo di garage! Purtroppo, per motivi di lavoro, dovetti interrompere sia pure temporaneamente, quell’interessante insegnamento del sabato mattina.

          In appresso l’ho ripreso di nuovo, per circa una trentina di anni ancora, nel 1983 per conto del PICAI che, fondato nel 1972, si avvicendava alle parrocchie italiane nella gestione dell’insegnamento della lingua e cultura italiana. A questo punto devo dirvi che, tornando sui banchi di scuola, mi trovai subito immerso in una nuova ideologia didatica completamente diversa da quella sperimentata anni prima. Innanzi tutto venni a conoscenza dell’esistenza del PELO grazie al quale tanti dei miei colleghi del sabato anche durante il giorno diffondevano la cultura italiana nelle scuole francofone ed anglofone. In secondo luogo, specialmente nell’ora pedagogica di fine mese, restai piacevolmente sorpreso da quel nuovo spirito didattico e da quei nuovi ideali di insegnamento che venivano cullati dalle menti e dal cuore di quei miei nuovi amici del sabato all’italiana. Nello specifico sentivo parlare della loro ferma volontà di dare una nuova impronta ed un orizzonte più vasto a quel limitato insegnamento di solo tre ore a settimana. E li sentivo parlare anche dell’italiano come lingua di cultura e come materia scolastica da integrare nelle scuole pubbliche. E, tira e molla e per merito soprattutto dell’intraprendenza e della buona volontà di vari insegnanti, ormai non più di prime emigrazioni, detto insegnamento oggi giorno è già attivo in svariate scuole publiche sia della commissione scolastica francese che di quella inglese. Ho sempre insegnato nella Leonardo da Vinci in Rivière des Prairies e sono fiero di affermare che in una di queste scuole, precisamnente nella East Hill, furono due miei colleghi della da Vinci a creare i presupposti e a coinvolgere tutti i responsabili affinché si realizzasse l’integrazione dell’italiano in detto istituto scolastico. È ormai da vari annetti che non insegno più e, di conseguenza, sono all’oscuro di eventuali altri sviluppi a ché l’italiano diventi lingua di cultura. Comunque, detto per inciso, l’italiano è la quarta lingua più studiata al mondo; intanto anche Montreal e il Canada fanno parte del mondo; ergo dunque…intelligenti pauca! Con somma soddisfazione ho sentito parlare della fondazione del CESDA: un Ente che si avvale anche del supporto della Società Dante Alighieri di Montreal e che si prefigge come lusinghiero e nobile scopo proprio  l’inserimento della lingua italiana nelle scuole publiche. Una nuova formula, quindi, per continuare in maniera più consistente quelle idee già promosse ed avanzate in precedenza da alcuni membri del PICAI. Il CESDA è nato in seguito all’integrazione dell’italiano nella Marie Clarac: mi auguro  che l’operato dell’Ente abbia dato altri buoni frutti e che possa vedere realizzato al massimo ogni suo sogno.

Ho introdotto questa mia dissertazione con un eventuale aggiornamento di Enti ed Organismi comunitari alle varie richieste dei corsi e ricorsi storici, senza contare che molti di questi sodalizi hanno nei loro obiettivi un passaggio di testimone del nostro retaggio alle future generazioni. Questi leader della nostra italianità non potrebbero prendere in considerazione anche questo nostro problema linguistico come una esigenza attuale cui dare una risposta? Questi leader della nostra italianità non potrebbero darsi una buona stretta di mano e, vis unita fortior, bussare alle porte dei nostri molteplici imprenditori affinché si impegnino a sovvenzionare un giusto futuro al nostro idioma e a che questo da insegnamento di emigrazione diventi lingua di cultura: sia come materia di insegnamento nelle scuole publiche e sia, perché no, attraverso la fondazione di una scuola etnica privata?

          Ben spesso si è messo in ividenza questo neo linguistico del PICAI; ma quando si cammina insieme, soprattutto in terra emigrante, non sarebbe più fruttuoso darsi una mano per rendere il cammino più agevole e piacevole? Come ho appena accennato, varie altre Istituzioni nostrane avrebbero potuto accompagnarlo a portare avanti la nostra lingua in una maniera migliore. Quindi, tanto per concludere, mi permetto di chiedermi se non sia il caso di farsi un buon esame di coscienza ed esortare eventuali altri responsabili con un perentorio “sotto a chi tocca?”…affinché il “dolce sì che suona” possa continuare a farlo in una tonalità sempre più melodiosa!

dimanche 18 octobre 2020

 

GENTE NOSTRA: in silenziosa italianità

       Adesso che di televisione in lingua italiana possiamo scialarcela per 24 ore al giorno, posso farvi una domanda? Cosa ne pensate, oggi giorno, delle allora: Tele domenica, Telegente e in seguito Tele Italia? Cosa ricordate di quelle poche ore settimanali che raggruppavano i nostri nuclei familiari tenendoli uniti alla Madre Patria? Vi vengono ancora in mente Gli emigranti oppure Figli miei vita mia: quelle stupende mezz’ore in cui né si sentiva un alito di respiro, né si staccavano gli occhi dal televisore? Col pensiero ritorno spesso a quei bei tempi ed uno dei volti che si affaccia di frequente allo specchietto retrovisivo del passato è quello della simpatica e brava Alda Viero. Fu, difatti, annunciatrice e animatrice di Telegente; e fu conduttrice, in Tele Italia, della rubrica «Viaggiando per il mondo», nonché annunciatrice per la lettura di notiziari internazionali, nazionali, locali e comunitari.

        Alda Venditti Vieri, nata in Italia a Campobasso nel Molise, è giunta a Montreal all’età di 13 anni a bordo della Saturnia ed è madre di due stupendi figli: Paolo e Stefano. Ha conseguito, presso l’istituto Jean Louis Audet, il diploma di arte drammatica e quello di gestione in turismo. Ed infatti per ben 42 anni è stata operatrice turistica in qualità di direttrice presso la Mediterranea e la Kosmos e come co-proprietaria dell’agenzia di viaggi Viernar, ed in appresso è stata agente di viaggi anche nella Extravaganzia. A parte questo, da convinta italiana, é stata presente nella nostra comunità come sostenitrice di varie attività, nonché come volontaria laddove il caso lo richiedeva. Abito in Rivière des Prairies e sono parrocchiano della Maria Ausiliatrice; allorché, ad inizio anni 70, padre Romano Venturelli fondò la parrocchia, in mancanza di una chiesa, la messa domenicale veniva celebrata nella casa di Renzo ed Alda Viero. Sempre come volontaria ha prestato servizio nell’italianissimo ospedale Santa Cabrini e in altri centri ospedalieri; nel 1958 rappresentò l’Italia al carnevale di Quebec city e nel 1974 scese anche in politica per il partito Liberale del Quebec; senza dimenticare che, segretaria dell’AIAC, ancora oggi si occupa di persone con problemi familiari ed economici.

        Noialtri, gente emigrata in Canada, come semplice popolo non avremmo mai potuto dare quei passi che abbiamo dato per affermare i nostri valori ed il nostro retaggio qui in Nord America se non fossimo stati guidati da Enti ed Organismi comunitari che hanno aperto le nostre menti e indirizzato i nostri cuori verso i giusti orizzonti di un colloquio interculturale con tutti gli altri gruppi etnici del vasto Canada. Eccovene alcuni di quelli che hanno visto anche la presenza di Alda  come attiva collaboratrice. Socia della Casa d’Italia, mansioni varie nel Congresso degli Italo Canadesi, cariche varie nella Federazione delle Associazioni Molisane del Quebec, vice presidente dell’Ordine Figli d’Italia, vice presidente del Comites e tante altre ancora.

        Di svaghi e divertimenti, oggigiorno, ne abbiamo a iosa ed abbiamo pure più tempo per praticarli e maggiori dispobilità di appuntali nell’agenda dei nostri hobby e relax. Su nel tempo però, quando eravamo ancora quegli operai di manifattura con sulle spalle il peso della casetta in Canada, che sfizi ci permettevamo per alleggerire un tantino la fatica delle nostre giornate lavorative? A mettere un po’ di contentezza nei nostri animi, nei week end di allora, ci pensavano i gruppi teatrali di Ermanno La Riccia, Mara Rantucci e Augusto Tomasini. Ma lo sapevate che alle Maschere e alla Ribalta, dove il Tomasini ricopriva il ruolo di regista, è saldamente legato pure il nome di Alda Viero assieme a quello di Corrado Mastropasqua? Difatti di entrambi i gruppi ne fu co-fondatrice e convincente attrice. E per mettere una ciliegina su questa sua torta artistica vi faccio presente che fu pure membro del consiglio di amministrazione del teatro Centour e che ha doppiato anche voci in lingua francese per filmati e documentari e che è stata finanche attrice di fotoromanzi ed autrice di molteplici commedie. Senza dimenticare che è stata organizzatrice di spettacoli teatrali e folcloristici nella parrocchia della Difesa e collaboratrice nell’organizzazione di carri allegorici per la Saint-Jean Baptiste.

        Emigrando in terra canadese uno dei nostri principali sogni è stato quello di trapiantare le nostre radici in queste zolle lontane e di trasmettere le nostre tradizioni, la nostra cultura e la nostra lingua alle future generazioni. Naturalmente anche per quel che concerne l’insegnamento del nostro dolce idioma la nostra Alda ha dato il suo valido appoggio in tal senso: sia per promuovere l’italiano come lingua di insegnamento e sia per educare lo spirito di appartenenza del nostri figli nati in Canada. Ed eccola, allora, insegnare italiano nel collegio Marie Victorin, ed eccola pure sui banchi di scuola del PICAI sin dalla nascita di tale Ente nel 1972: anno in cui le scuole del sabato mattina, fortemente volute e fondate da Mons. Andrea Maria Cimichella nel 1950, passavano dalla gestione delle parrocchie italiane a qualla del suddetto Ente; e per inciso vi ricordo che ha insegnato anche francese ad adulti e nuovi immigrati. A questo punto vorrei sottolinearvi pure la sua verve di scrittrice; ha pubblicato infatti due volumi di poesie: «E poi domani» e «Fiori di campo»; inoltre ha collaborato sull’Insieme con la rubrica «Spigolature poetiche»; ed infine, membro dell’associazione autori compositori del Canada, ha composto numerosi testi di canzoni.

        Dalla mitica Telegente alla moderna Rai International e alla nuovissima ICI television ne è passato di tempo e ce ne sono stati di scambi e di arricchimenti interculturali che hanno trasformato l’aspetto socio-comunitario di questa nostra terra adottiva. A ramificarvi quelle della nostra terra nativa, come si è ben visto da questo breve profilo, un ruolo non indifferente lo ha svolto pure la nostra dinamica Alda Viero. A mio avviso si è implicata in tutto questo in maniera semplice e spontanea, in modo quasi silenzioso, ma costante ed incisivo;  un compito che ha svolto senza voglia di applausi, ma per convinto spirito di italianità. Non ha chiesto nulla in cambio di questo suo impegno quasi missionario in terra canadese…eppure, la nostra cara Patria lontana, una remunerazione virtuale di alta stima glie l’ha data: nell’anno 2012 l’allora presidente Giorgio Napolitano le conferiva il titolo Cavaliere al merito della Repubblica Italiana!

dimanche 4 octobre 2020

 

GENTE NOSTRA

numero speciale dedicato ad un’amica singolare

          Uno dei vantaggi del resto a casa, complice il covid 19, per me è stato quello di aver fatto una simpatica amicizia che mi ha dato l’opportunità di arricchire la mia produzione letteraria e di dare un senso alla solitudine che era venuta improvvisamente a farci compagnia. Ricorrendo il suo compleanno proprio il 4 ottobre, festa di San Francesco, primo poeta in volgare, ho pensato bene di dedicarle questo numero speciale della mia raccolta di «gente nostra»

          Causa cateratta all’occhio destro, tempo fa, mi sono trovato con esso completamente al buio per un giorno e una notte. Svegliandomi, come di solito verso le sette del mattino, influenzati dalla poco lieta circostanza i miei ricordi hanno portato la mia mente, gli occhi chiusi, indietro nel tempo a quando, giovane studente, leggevo Salgari e romanzi di corsari e pirati; soprattutto i capitani di questi, occhio bendato o braccio con mano ad uncino, avevano il privilegio di un’intelligenza particolarmente sviluppata proprio per compensare dette menomazioni fisiche. In quel dormiveglia mi sono ricordato pure di un certo Nino Salvaneschi autore della trilogia: Saper credere, Saper amare e Saper sperare; in uno di questi suoi scritti ameni dice: «Non ho mai visto così bene come quando sono diventato cieco!». Sempre in questo stesso dormiveglia sbircio il recente arricchimento della mia produzione letteraria e mi salta in mente di renderne merito a chi ne è stata, la sia pure involontaria, artefice.

       Ringraziando Iddio i miei occhi sono ancora buoni ed avendo pure entrambo le mani non devo ricorrere a nessun amanuense per mettere nero su bianco. Ed allora prendo subito in mano la mia penna per l’italianità onde porgere il mio grazie di cuore a Lidia Russo della CFMB ed al suo «Flash, la cultura a portata di mano» del mercoledì pomeriggio. Quando vari anni fa, attraverso i microfoni della nostra radio del cuore, la sua voce cominciò a risuonare nelle nostre case aveva il semplice compito di leggere il giornale radio: ben poca cosa per poter essere conosciuta in tutto il suo largo spessore! Le notizie, infatti, sono quelle che sono e nessuno le può cambiare a suo piacimento; le notizie si prendono dall’Ansa, dalle telescriventi o da qualche altro marchingegno della tecnica moderna e vanno lette così come sono: non puoi metterci niente di tuo! Le cose, intanto buon per lei, sono radicalmente cambiate allorché ha cominciato ad illuminare i nostri focolari domestici con i suoi «flash» settimanali. Un mio professore di latino, quando voleva elogiare qualche studente particolarmente dotato soleva dire: «Però, è culturalmente ben ferrato il giovanotto!». Se avesse avuto pure Lidia tra i suoi alunni avrebbe detto questo ed altro ancora.

       Il suo angolo radiofonico lo ha definito «la cultura a portata di mano»; ed allora cosa fa? Prende la cultura, la fa scendere dal suo piedestallo e la porta nei salotti delle nostre case per tenerci compagnia ed intrattenere anche noi con pensieri, idee, concetti e suggerimenti di un certo livello. Qui, a differenza del notiziario ci può mettere veramente tanto di suo ed ognuno può quasi toccare con mano la sua preparazione culturale che spazia attraverso le più svariate discipline ed i più disparati campi conoscitivi: musica, arte, teatro, letteratura, scienza, spettacolo e chi più ne ha più ne metta. E come introduce nel titolo questa cultura a portata di mano? La introduce con la parola flash: un fascio di luce che illumina e mette in primo piano tutta la sua eccezionale stoffa di persona intelligente e colta. Flash, la cultura a portata di mano: l’appuntamento del mercoledì dell’uomo dotto ed erudito, nonché di quello semplice e di tutti i giorni. Flash, la cultura a portata di mano: la mezz’oretta del mercoledì che rende Lidia una persona beneamata e benvoluta da tutta quella brava gente che si sente orgogliosa e fiera di sentirsi italiana.

       Flash, la cultura a portata di mano: grazie Lidia per nutrire intellettualmente le nostre menti e per riscaldare i nostri cuori con i raggi luminosi della tua singolare saggezza e del tuo entusiastico impegno…in lingua italiana e non solo. E naturalmente, il più caro augurio di buon compleanno! 

P.S. Un sentito grazie ed un caro augurio a lei anche da parte di Lucia e Filippo Salvatore, Maria Massimo, Lilla Omobono e Pedro D’Amico, i poeti a cui lei dà spazio nella sua rubrica settimanale.

dimanche 27 septembre 2020

 

 

In orante covidianità 

      Causa virus i luoghi di culto sono stati tra i primi a chiudere le porte e tra gli ultimi a riaprirle; tutto questo ci ha portati a tenerci in contatto con l’Alto in modo, è veramente il caso di dirlo, completamente «virtuale».

       È stato solo qualche mese fa che anch’io, al richiamo delle sue campane, mi sono recato nella Maria Ausiliatrice per il mio primo ingresso post-covid in chiesa: per il momento preferisco andare a messa a quella meno affollata delle cinque pomeridiane. Precluse da cordoncini colorati, in molte file di banchi è vietato sedersi per la nuova moda del distanziamento sociale; nonostante questo la presenza in chiesa, al pari del peso sulla luna, è ancora la metà della metà: cosa ti prende, mia cara gente? Hai paura del contagio anche nella casa di Dio? Suvvia, coraggio: penso che il Signore, almeno la Sua dimora, la tenga ben disinfettata!  Entro, prendo posto e, mascherina al volto come tutti gli oranti, mi guardo intorno. In alto, su due mensole ai lati del presbiterio, la Madonna da un lato e dall’altro san Giuseppe: la mamma e il papà di Gesù; tutt’intorno alla vasta navata, sui mosaici delle vetrate, i fatti salienti del passaggio del Cristo in terra; alla sinistra di chi guarda un vistoso crocifisso, ma lo sguardo viene immediatamente attratto dal Risorto illuminato dai potenti raggi di un sole radioso! Le braccia protese agli astanti il Figlio prediletto sembra dire: «Io sono la via, la verità e la vita».

       Ma cosa ha fatto l’umanità da duemila e rotti anni a questa parte? Quali momenti e quali azioni del figlio dell’uomo ha preso ad esempio per rendersi meritevole del regno promesso? Per comodo o per convenienza si è menata subito per la scorciatoia; ha scartato le rinunce ed i sacrifici e si è messa orgogliosamente sul cammino che porta alla gloria; ha scansato le ombre e si è immersa nella luce; senza passare dal Golgota ha scalato repentinamente il Tabor non considerando che tale corsa  poteva costarle cara: ha fissato lo splendore, ma l’improvviso bagliore l’ha accecata! La vista abbagliata ha perso il controllo delle sue cose e non ha più saputo gestire i tempi del suo operato; è caduta in confusione e, dinanzi alle provette del suo laboratorio, invece di schiacciare il bottone della vita ha digitato quello della morte, dando la colpa al covid per le tenebre che sono venute ad oscurare il cielo sul suo capo.

       Nella Maria Ausiliatrice, dopo l’ite missa est, non si esce più dall’entrata pricipale, ma bisogna farlo da quelle laterali che danno nel parcheggio; seguendo le frecce per l’uscita sulla sinistra bisogna passare sotto il crocifisso e attraversare la cappella delle mamme coi bambini: non sarà che per diventare buona, l’umanità, debba pentirsi e ritornare bambina?

 Ma non dimentichiamo che l’umanità non è un termine astratto: l’umanità siamo ognuno di noi!