lundi 8 février 2016

ANCHE  QUESTA  È  AMERICA ©
(I racconti di Giuseppe scritti dal Maestro Cuore
LA CARITÀ  PELOSA  
       Correvano i tempi in cui Giuseppe dimorava nella cittadina di San Leonardo, allorché questa era scherzosamente chiamata la città di quelli che si grattavano la testa. Abbiamo detto “grattavano”, cioè all’imperfetto, perché…valli a toccare oggi quelli lì! La casa in cui stava in affitto si trovava sul lato sud di una stradina a forma di ferro di cavallo. Quelli che la abitavano si conoscevano tutti e tra loro sussistevano anche ottimi rapporti di amicizia…pettegolezzi e dicerie di comari a parte! Il loro tenore di vita ti faceva sembrare di stare in Italia: in uno di quei tipici vicoletti di paese. Seduti dinanzi alle case si chiacchierava, ci si prendeva il caffè e si trascorrevano liete serate sotto le stelle. Tra la famiglia di Giuseppe e quella di un dirimpettaio, poi, si era venuta a creare una tale relazione che, più che amici, sembravano parenti. “Ah Pè, -gli faceva a volte l’amico di fronte- vieni qui con Angela che ci facciamo una partita a carte!”. E, specialmente nei week-end invernali, se ne facevano di cenette e di partite a carte insieme. Spesso vi prendeva parte pure Raffaele, un cognato del vicino. Raffaele era sì una brava persona, ma pure uno di quelli che anche quando parlano devono sempre “far carte” loro. In compenso, però, sapeva farsi ascoltare e parlava con buona favella e tanta umanità. Giuseppe cominciò a considerarlo una persona corretta da quando raccontò di quella lontana volta che era rimasto senza lavoro, e nemmeno a farlo apposta, proprio quando aveva appena comprato la sua prima casetta. “Voi non sapete -diceva fra l’altro- che pena demoralizzante per me, vedere mia moglie andarsene ogni mattina al lavoro e io dovermene restare lì in casa perché non mi era possibile trovare nemmeno una mezza giobba dove guadagnare qualcosa!”. E sottolineava pure che, se fosse stato lui un datore di lavoro, sarebbe stato molto generoso con la povera gente.
       In appresso Giuseppe cambiò casa, i suoi amici non li frequentò più tanto spesso come prima e il loro parente, se ebbe modo di rivederlo, fu solo per motivi di festa o per ragioni di lutto. Un tempo il nostro Peppe, quando lavorava come capospedizioniere in una grande fabbrica di Montreal, fece amicizia con un certo Johny, un loro abituale fornitore. Parla oggi e parla domani, un bel giorno questo benedetto Johny non si fece scappare il nome del suo socio in affari? “Fammi sentire un po’, -chiese subito Giuseppe nell’udire quel nome- questo tuo socio Ralph non è, per caso, uno alto, robusto, dalla buona parlantina e che risponde al cognome di Tal dei Tali?”. “Ma sì, è lui. -rispose l’altro- Perché lo conosci?”. “Se lo conosco?! –confermò Giuseppe- Ce ne siamo fatte di partite a carte insieme. Salutamelo e dagli una forte stretta di mano da parte mia!”. Ma tu guarda solo come è piccolo il mondo e come vanno a finire certe cose della vita. Ricordandosi di quel suo vecchio amico, Giuseppe si compiacque per lui soprattutto per il successo che aveva fatto. Era così bravo, sensibile, generoso che la soddisfazione di essere divenuto uomo d’affari se la meritava davvero; meglio a lui, che era un amico, quella fortuna anziché a un altro. E poi, aveva così sofferto, appena arrivato dall’Italia, il poveretto!
       Col passar del tempo la manifattura dove lavorava Giuseppe chiuse i battenti e fu la sua volta di trovarsi in mezzo a una strada…si fa per dire perché in quale famiglia di emigranti, dopo tanti anni di America, non c’è di che poter vivere discretamente? E poi, mica non li aveva pagati pure lui i contributi alla cassa integrazione! Non ne valeva, quindi, la pena sfruttare un po’ anche il governo? Lo facevano tanti quasi per abitudine! In ogni modo a quale italiano di buona volontà piace restarsene a casa senza far niente? Perciò, la domanda alla cassa integrazione la fece sì, ma subito si mise in cerca di un altro lavoro. Intanto, gira di qua e gira di là, forse per l’età o forse per scalogna, vedeva chiudersi le porte prima ancora che gli venissero aperte. Fu la moglie Angela ad aprire uno spiraglio di luce nella confusione dei suoi pensieri. “Perché non vai a trovare i tuoi amici Johny e Ralph?” gli disse un giorno che lo vide particolarmente abbattuto. Ehi, ma come aveva fatto a non pensarci prima? Ci andò e appena Ralph se lo vide davanti lo abbracciò forte forte, gli diede un paio di amichevoli manate sulla spalla e disse: “Eh sì, mio caro Peppe, è stato un duro colpo anche per noi la chiusura della vostra fabbrica. Il tuo padrone era uno dei nostri migliori clienti!”. E Johny, che si era recato pure lui a salutarlo, aggiunse: “Per quello che è successo a voi, la nostra produzione è diminuita di un quarto e forse più!”. Finiti i convenevoli di rito, il nostro subito fece presente che si era recato da loro perché era in cerca di lavoro. “Ma senza dubbio, vai a fare l’applicazione in ufficio e vedremo cosa potremo fare per te!”, gli disse Ralph con fare entusiasta e promettente. “Ma si , vai vai pure. -soggiunse Johny- La nostra segretaria è Laura; tu la conosci: ha lavorato pure da voi!”. E fu appunto Laura, dopo essersi salutati da buoni e vecchi amici, a riempire la sua domanda d’impiego. “Ecco, -disse dopo avergli fatto firmare il formulario- la tua richiesta la metto qui, sopra sopra: in assoluta priorità. Se c’è qualcosa, sarò proprio io a chiamarti!”. Nell’andarsene, tra il sorpreso e il deluso, Giuseppe pensò: “Ma, se mi conoscono, perché sono ricorsi a tutte queste formalità? Non me la potevano dare subito una risposta?”. Passarono parecchie settimane e di chiamate non se ne sentì neanche l’eco. Un altro lavoro lo trovò ugualmente e il trio dei vecchi amici ritornò nel dimenticatoio.

       Tempo dopo, andando con sua moglie per degli acquisti alle Galleries d’Anjou, incontrarono gli amici della famosa strada a ferro di cavallo? “Un tipo veramente generoso, il tuo caro cognato Raffaele. -si sfogò con l’amico, mentre le mogli parlavano d’altro- Ero senza lavoro; sono andato da lui e mi ha fatto…fesso e contento!”. “E a chi lo dici, mio caro Peppe? -confermò l’altro, continuando ironicamente- Quello ormai è diventato un pezzo grosso. Non hai notato che adesso si fa chiamare Ralph, all’inglese? È diventato grande pure di nome. Capisci, mio caro don Peppino?”. E a don Peppino non restò che fare, purtroppo, un’amara considerazione: “È proprio vero che il sazio non crede al digiuno, A questo punto, però, è meglio essere poveri e rispettare il prossimo, anziché avere il portafoglio pieno e voltare le spalle agli amici!”.

vendredi 29 janvier 2016

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(I racconti di Giuseppe scritti dal Maestro Cuore
DALLO CHALET DI FRONTE
       Giuseppe lo sapeva già da qualche mese che la sua fabbrica, quel venerdì, sarebbe rimasta chiusa. Alcuni giorni prima pure sua moglie si trovò, strano ma vero, ad avere la giornata libera. Fu più che logico e prevedibile, allora, progettare per quell’inatteso e lungo fine settimana una capatina in campagna, al loro chalet sul lago.  Fu gioia grande soprattutto per i loro due figli: dieci anni lei, la femminuccia e otto lui, il maschietto. A mettere la ciliegina sulla torta intervennero radio e televisione che annunziavano bel tempo sulla bella provincia per tutta la settimana, week-end compreso. Il giovedì sera, però, tornando dal lavoro mezza moscia e avvilita, mamma Angela comunicò al marito che l’indomani, purtroppo, avrebbe dovuto lavorare come di consuetudine. “Per questa sera –suggerì Giuseppe- non diciamo niente ai ragazzi. Ci penserò io domani mattina a inventarmi una buona scusa!”.
       Tempo addietro un suo vecchio amico di nome Franco gli aveva detto di possedere uno chalet in montagna. Un posto fantastico tra il verde della natura da cui potevi dominare tutta la vallata sottostante. La veduta del laghetto laggiù, poi, era meravigliosa con tutte quelle casette di campagna che, costeggiando la riva, rendevano più caratteristico il panorama. E i tramonti? Erano incantevoli! Il sole rosseggiante si specchiava nell’acqua mentre l’avanzare cadenzato di qualche pedalò ti accompagnava nella calma della sera. Anche se alle pendici del monte aveva un accesso privato per portarsi alla spiaggetta tutta sua in riva al lago, Franco si era munito di una grande piscina sul retro della casa su in montagna per non scendere e salire troppo sovente per andarsi a bagnare nel lago.
       Così quel venerdì mattina, quando i ragazzi si alzarono, il padre disse loro: “Adesso papà telefona a quel suo amico che ha uno chelet in campagna e, se lui è disposto, andiamo a trascorrere la giornata lì. Voi potrete giocare con i  suoi figli che hanno la vostra stessa età!”. “E la mamma?”, chiese il figlio non vedendola. Ed egli spiegò: “Visto che è dovuta andare a lavorare, la chiameremo più tardi e le diremo dove siamo!”. Detto questo chiamò subito l’amico, che accettò di buon grado la sua proposta. Una volta sull’autostrada, seguendo l’amico in macchina, Giuseppe più andavano avanti e più si rendeva conto che stavano percorrendo la stessa via che
faceva lui per recarsi alla sua casetta sul lago. Infatti solo l’ultimo tratto, quello che porta alla sommità del monte, non era lo stesso. Appena uscirono dalle macchine, la prima cosa che fece Giuseppe fu quella di andare a dare un’occhiata da quell’altura. “Ehi ragazzi, venite a vedere!” esclamò chiamando i figli. “Ehi pa’, ma quello è il nostro chalet!” proruppe il maschieto, mentre la sorella confermava: “Ma sì è vero; è la nostra casetta sul lago quella lì!”. Al che Franco soggiunse: “Ma senti un po’ quelli. E chi l’avrebbe mai detto? Tutti e due uno chalet da queste parti!”.
       Mentre erano tutti nella piscina, papà Joe non resistette alla tentazione di andarsi a godere la panoramica sottostante. Anzi andò a prendere il binocolo in macchina per scandagliare anche i punti più lontani. Spaziando qua e là lo puntò pure sullo spiazzale antistante il suo chalet…e lo focalizzò a distanza ravvicinata perché voleva essere certo di non stare sognando, ma di vederci ben chiaro. Staccò lo sgardo dall’inaspettata scena, si diede una scrollatina di testa per riprendersi dallo choc e…ritornò a guardare giù per accertarsi meglio di quanto stava accadendo. Sì, era proprio lei, Angela; e quello sulla sdraio appiccicata alla sua era proprio lui, il proprietario dello chalet vicino. “Altro che lavoro!”, pensò tra sé e sé. Cercò di riprendersi dallo stordimento per non destare sospetti e, come se niente fosse, raggiunse i bagnanti in piscina. A pomeriggio fatto la moglie di Franco propose di andare a “farsi belli” per la serata. Infatti sarebbero scesi tutti giù per un BBQ da Giuseppe, quasi come ringraziamento per l’ospitalità ricevuta. Prima dell’ora di chiusura delle fabbriche la figlia chiamò mamma Angela al cellulare e, tutta felice e contenta le comunicò: “Mamma, quando stacchi dal lavoro vienici a raggiungere subito qui in campagna. Siamo nelle vicinanze con degli amici di papà. Chi prima arriva comincia a preparare: facciamo il BBQ stasera!”. A quel punto, per previggenza, Giuseppe propose: “Facciamo una cosa. Io me ne scendo adesso e comincio ad approntare in attesa che arrivi la mamma. Voi ve ne venite giù tutti insieme più tardi!”. E detto questo partì. Dopo aver parcheggiato scese dalla macchina sbattendo la portiera, quasi per avvertire del suo arrivo; infatti non aveva nessuna intenzione di sorprendere la moglie col vicino. E ci riuscì perché, mentre attraversava il viottolo che dalla strada porta allo chalet, avvertì un certo trambusto e un frettoloso darsi da fare, quasi a cancellare ogni “traccia di delitto”. Sbucando all’angolo della casa scorse ugualmente il dileguarsi del vicino oltre la siepe che separa i due terreni. Angela intanto, fingendo di uscire proprio in quel momento, gli  sorrise dolcemente e gli corse incontro per ricevere il suo bacio in fronte come faceva sin dal primo giorno della loro vita in due.
       Fu una volta entrati dentro che lui le chiese: “Cosa aveva l’amico accanto da scappar via come un ladro?  Mica me lo mangiavo io se lo trovavo qui!”. E mentre lei leggermente arrossiva continuò: “La vedi quella casetta lassù? È lo chalet dei miei amici dove siamo stati oggi!”. Intuendo di essere stata scoperta, prendendogli le mani e guardandolo fisso negli occhi, candidamente confessò: “Se ti dicessi che non abbiamo fatto nulla di male, mi crederesti? È stata una piccola debolezza senza conseguenze. Ti prometto che non succederà più!”. Per tutta risposta, lui le cinse la vita, la tirò forte forte a sé e le diede un bacio sulla bocca in segno di perdono.

Allorché tutti stavano ormai prendendo posto per la cena, Giuseppe sussurrò a mezza voce ad Angela: “Perché non chiamare anche loro, i vicini? pare che pure l’amicizia, al pari della fedeltà coniugale, va rispettata e coltivata?”.

vendredi 8 janvier 2016

ANCHE  QUESTA  È  AMERICA ©
(I racconti di Giuseppe scritti dal Maestro Cuore)
IL SOGNO PROIBITO
       Dalla caffettiera, ancora sborbottante sul fornello appena spento, si versò una tazzina di caffè e la sorseggiò lentamente, come per assaporarne il gusto fino all’ultima goccia. Era un lunedì di festa, ma Angela, sua moglie, per un imprevisto contrattempo si era dovuta recare al lavoro pure quel giorno. Cosa avrebbe fatto Giuseppe, solo soletto, tutta la santa giornata in casa ? Uscì, prese l’auto e partì senza sapere nemmeno lui dove andare. Ad una fermata d’autobus, poco lontano, la sua attenzione fu attratta da una sagoma di donna. Più si avvicinava, più si rendeva conto che era proprio lei, Clara la moglie del suo migliore amico. Lei pure lo riconobbe e non ci fu bisogno né di invito, né di richiesta per un passaggio in macchina. Dopo i convenevoli, fu lui a rompere il ghiaccio: “E allora, come stai, Clara? Non mi dire che stai andando a lavorare!”. E lei: “Oh no, oggi lavora solo Franco. Per non restarmene tutta sola in casa, ho pensato di andare a curiosare un po’ a Place Versailles!”. Al che lui soggiunse: “Bene, allora ti accompagno. Anche mia moglie lavora e io pure me ne sono uscito per non annoiarmi in casa!”.
       A dire il vero, quell’imprevisto incontro mattutino aveva fatto piacere a entrambi. Nutrivano dentro, infatti, una reciproca simpatia che erano sempre riusciti a tenere ognuno per sé, senza mai lasciarla trapelare a nessuno. Tutto sommato, tra le loro famiglie ogni cosa era sempre andata liscio come l’olio. I mariti erano amici per la pelle, le mogli sembravano più che sorelle; perché dunque incrinare quel limpido specchio di rara amicizia familiare? Quel giorno più che mai, entrando e uscendo dalle buotiques, girovagando di qua e gironzolando di là, il tarlo della loro segreta attrazione dovette avere un bel daffare per starsene rintanato nei loro cuori e non uscire allo scoperto. Così vicini l’uno all’altra come non lo erano mai stati prima, tanto uniti che solo la mancata mano nella mano poteva far pensare che non erano marito e moglie, dovette di sicuro essere passato più di qualche volta nella loro mente lo stesso pensiero: “Ma perché non ci siamo conosciuti prima?”.
       Fu verso mezzogiorno, quando erano seduti a uno snak bar, che decisero di fare un salto allo chalet di campagna dove lui aveva qualcosa da sistemare. Un lavoretto da poco che avrebbe permesso loro di essere nuovamente in città prima dell’ora di chiusura delle fabbriche. E così, regolato il conto, eccoli subito in macchina per andarsi a prendere una boccata d’aria pura in piena campagna; e la giornata era proprio una di quelle ideali per trascorrere qualche oretta all’aperto. Imboccando l’autostrada verso il nord lui disse: “Ecco, mentre io eseguo le mie riparazioni, tu puoi approfittare del bel tempo per fare bicicletta!”. Poiché non c’era troppo traffico in una mezz’oretta, a velocità sostenuta, avrebbero raggiunto la meta. A tratti fischiettando, a tratti discorrendo con lei era quasi giunto in fondo al rettilineo che porta alla curva prima dell’uscita da prendere; sul contromano, proprio da quella curva, sbucò una macchina rossa che attirò subito la loro attenzione. Era appena sfrecciata al di là dello spartitraffico che lei esclamò: “Ma quella non era la macchina di tua moglie?”. E lui: “Ma non era tuo marito quello accanto a lei?”.  “Hai capito i due? -commentò lei a mezza voce- Stupidia io che ho represso i miei sentimenti per sensi di scrupolo!”. Al che lui, rallentando, sussurrò: “Cosa hai detto? Allora anche tu…?”. E, guardandola negli occhi, vi lesse  il suo stesso desiderio! Le poggiò una mano sulla spalla e la lasciò scivolare giù dal suo braccio fino a prenderne la sua. Se le strinsero e se le tennero serrate sin quando lui non parcheggiò la macchina dinanzi alla porta dello chalet. Ansiosi, quasi tremanti, aprirono ed entrarono. Cingendosi l’un l’altra i fianchi, si avviarono direttamente verso la camera da letto. Ma sì, a quel punto lì era più che giusto realizzare quel sogno custodito da anni in fondo ai loro cuori. Lui aveva già iniziato a sbottonarle la blusa quando lei, respingendolo con scrupolosa delicatezza fuori dalla stanza, quasi parlando a sé stessa disse: “E se per caso non erano loro? E se, pur essendolo, fossero venuti qui così come lo stiamo facendo noi…in tutta amicizia?”.
       Allorché Giuseppe rientrò in casa, Angela stava già apparecchiando per la cena. “E la macchina?” chiese lui dopo averle dato un bacio sulla fronte, come era solito fare rincasando. E lei spiegò: “Ti ho telefonato tutta la giornata per dirti che stamattina, recandomi al lavoro ho avuto un incidente, ma non ti ho mai trovato. Stasera mi ha riaccompagnata il marito di Clara. E dire che pure lei oggi era introvabile. Ma tu, a proposito, dove sei stato?”.  “Proprio assieme a lei; -rispose lui sinceramente- l’ho incontrata per caso e siamo andati in campagna. Mentre lei faceva bicicletta, io ne ho approfittato per aggiustare la porta del salotto.”…e, fortunatamente, continuarono a vivere  tutti  felici e contenti!

P.S. Al tempo in cui avvennero i fatti il cellulare non era tanto in voga così come oggi.

mercredi 23 décembre 2015

Image result for presepeNumero speciale dedicato a Bergoglio: il papa della pace…come Cristo e Francesco.
LA NATIVITÀ
753 anni dopo la Fondazione di Roma, a Betlemme nasce Gesù Bambino. Dopo solo 33 anni la sua condanna alla cricifissione, emessa a Gerusalemme da Ponzio Pilato, passa alla storia come il processo più sconcertante dell’umanità; divenendo, intanto per noi cattolici, il sine qua non di quella Resurrezione che ha redendo il mondo. Natività e crocifissione: le radici della nostra anima…perché strapparle dai nostri cuori?  Francesco d’Assisi, il santo dalle stimmate – l’altro Cristo, istituisce a Greccio la natività con il primo presepio vivente della storia. L’otto dicembre scorso papa Bergoglio, l’altro Francesco, apre la porta santa per il Giubileo speciale della Misericordia. Papa Francesco…un sovrano della terra che invita anche tutti gli altri, di buona volontà, a combattere il terrorismo col cuore dell’umanità, ovvero con l’umanità del cuore; un sovrano che porge l’esempio a «dar cuore ai miseri» per dissipare la paura da ogni animo!
Ciò premesso, rieccoci alle soglie delle tanto attese feste natalizie cui fanno da sfondo mille tradizioni, una miriade di usanze care, nonché innumerevoli «abusanze» commerciali. Portata in giro nei centri di acquisto sontuosamente addobbati a festa, per la ricordevole foto col babbo natale, la nostra infanzia va sempre più allontanandosi dalla suggestività della grotta di Betlemme; di conseguenza pure l’umanità va sempre più distorcendo il reale e sublime significato della Santa Natività. In ogni modo oggigiorno nelle case di mezzo mondo a farla da padrone, oltre allo sfarzo di ghirlande e luci sui balconi, alle finestre e per le strade, c’è immancabilmente il verde abete a mantenere la tradizione e la caratteristica ricostruzione del presepio a ricordare la nascita del Bambinello in una fredda grotta di Betlemme 2015 anni or sono. E quest’ultimo, senza ombra di dubbio, porta il marchio del made in Italy. Ma da quegli sprazzi di luci che si diramano dall’alberello...non c’è proprio nemmeno un raggio a ricordare la luminosità della nostra terra?
Procedendo con ordine, nel 1223 in una campagna di proprietà di un certo Giovanni Velita, nei pressi di Greccio in provincia di Rieti nel Lazio, San Francesco d’Assisi realizzò per la prima volta una rappresentazione vivente della Natività per ricreare la mistica atmosfera della notte Santa a  Betlemme...ed anche quella notte nacque, miracolosamente, un Bambinello che il santo d’Assisi ebbe la gioia di cullare fra le sue braccia: prendeva il via la cara usanza del presepio! Ma, guarda caso, non si narra pure che la gente del luogo, per illuminare l’oscurità delle tenebre, si recasse sul posto con torce e fiaccole accese?. Ed ora, questo scintillìo di fiammelle nello sfondo degli alberi circostanti non balza pure al vostro sguardo come un raggio di serafica italianità che manda ancora la sua significativa luce pure dagli alberelli natalizi dei nostri giorni?

 Intanto da qualche ramo di quello di casa mia o accanto al presepio, a dispetto del rosso panciuto dalla barba bianca (anch’egli «raggio di italianità» perché Santa Close deriva, neanche a farlo apposta, da San Nicolaus) che distribuendo regali a manca e a dritta sembra beffarsi della «saggia» creduloneria umana, è religiosamente presente ogni anno anche l’arcana calza della vecchia Befana, a ricordare i doni dei saggi magi, nonché…a spazzar via ogni festa. Un altro magico raggio di italianità che l’andazzo dei tempi va progressivamente relegando nella notte dell’oblio o, forse, a intrappolare nella rete di qualche clan di Halloween. Una volta passati a miglior vita noialtri anzianotti, infatti, quanto tempo ancora resterà a irradiare la sua calorosa luce  di dolcezza e bontà la nonnina dei nostri giorni bambini? 

lundi 23 novembre 2015

ANCHE  QUESTA  È  AMERICA ©
(I racconti di Giuseppe scritti dal Maestro Cuore)
SUI PASSI DEL PROGRESSO               
Correvano i tempi in cui la tecnologia computerizzata andava prendendo possesso, a passi sempre più incalzanti, anche di fabbriche e manifatture e di aziende e ditte; insomma, anche dell’intero mondo del lavoro. Di frutta al mercato, infatti, chi prima ne porta prima ne vende.
Fischiettando l’ultimo motivo ascoltato alla radio entrò pure quel mattino in fabbrica, ma non gli passò nemmeno per l’anticamera del cervello che quella sarebbe stata anche l’ultima volta che ne varcava la soglia. Mentre si dirigeva verso la sala mensa per deporvi il cestino della colazione, andava salutando con ampi gesti della mano i vari gruppetti di operai che, qua e là per la manifattura, aspettavano chiacchierando la campana delle otto.
“Ha finito di fare il gradasso! -sussurrò l’addetto alle pulizie ad un compagno di lavoro dopo che Giuseppe si era allontanato- Oggi lo mettono sulla macchina automatica. Staremo a vedere come se la cava il nostro esperto!”. “E tu che ne sai!”, “Cosa vuoi dire con questo?” chiesero alcuni del gruppo sorpresi e incuriositi. “Oggi ve ne accorgerete. -ribatté lo scopino- Non è forse vero che certi intrighi di palazzo, oltre al re, può conoscerli pure lo stalliere?”.
      Si vociferava già da tempo, infatti, di una macchina robot che avrebbe svolto il lavoro di almeno due o tre persone con un rendimento, sia qualitativo che quantitativo, di gran lunga superiore. Il tanto decantato aggeggio computerizzato era arrivato solo da qualche mese ed era già pronto a dare frutti e a ridurre manodopera, a tutto vantaggio e profitto dell’azienda naturalmente.
In quell’ultimo mese lo sfondo unico di ogni ragionamento era stato solo la capacità del nuovo macchinario di produrre molto, bene, con minori spese e poco personale. È appunto in rapporto a quest’ultima nota dolente che è bene ricordare perché Giuseppe era stato soprannominato “il gradasso”. Lavorava lì da più di trent’anni, era uno dei più anziani, si era dedicato sempre con impegno ed efficienza all’espletamento delle sue mansioni; per le sue ottime competenze avrebbe potuto occupare addirittura il posto di caporeparto, ma non gli era mai andato a genio avere delle responsabilità sulle spalle: aveva sempre preferito restare un semplice operaio senza grattacapi per la testa. Adesso che, a causa di quel nuovo macchinario, qualche licenziamento di certo ci sarebbe stato, chi avrebbe potuto toccare proprio lui con all’attivo  quell’ineccepibile curriculum professionale?
      Scoccarono le otto e la campana suonò e ognuno si recò al suo “posto di combattimento” come erano soliti chiamare, forse per alleggerire un tantino la pesantezza della fatica giornaliera, le loro postazioni di lavoro. Anche il nostro fece automaticamente la stessa cosa ma, giunto al suo posto, non vi trovò sessuna “arma da combattimento”. Era lì ad attenderlo, invece, il suo diretto superiore che, dopo il rituale buongiorno gli disse: “E  adesso, signor Giuseppe, vieni con me. Ho una giobba speciale oggi per te!”. Il “gradasso”, intuendo tutto già dall’antifona, cominciò a sudare freddo mentre un brivido gli attraversava tutto il corpo. Come avrebbe fatto a manovrare quel marchingegno della tecnica avanzata? Intanto la sua maggiore preoccupazione era la figuraccia che avrebbe fatto con i suoi compagni di lavoro. Eh sì, il millantare in precedenza le sue virtù professionali non era stato altro che un fare i conti senza dell’oste; allorché lo faceva non poteva mai immaginare che sarebbe stato proprio lui il prescelto alla digitazione di quel nuovo gioiello delle umane invenzioni. Inghiottendo amaro, simulando una certa padronanza di sè, ma internamente teso, si mise a disposizione del givinetto imperbe che gli avrebbe fatto da istruttore fino a quando non sarebbe stato in grado di operare autonomamente. Ascoltava attentamente, eseguiva gli ordini, si affannava a fare del suo meglio, ostentava spigliatezza e sicurezza…ma si vedeva da lontano un miglio che quell’aggeggio tutto pieno di bottoncini e luci era un qualcosa di superiore alle sue pur più che brillanti capacità lavorative: era un nuovo sistema di lavoro che poco si confaceva alle sue vecchie conoscenze di operaio comune. Fingendo di non notare le espressioni ironiche e i sorrisetti sarcastici dei “cattivelli” che avevano bene intuito il suo stato d’animo, riuscì a portare ugualmente a termine quella lunga e sempre più demoralizzante giornata.
      L’indomani, allorché non lo si vide rientrare in fabbrica, solo qualche fidato sapeva che la casetta pagata e un buon gruzzoletto in banca gli avevano suggerito, da ottimi garanti, di tirare avanti in un modo più libero e spensierato, senza padroni e lontano da robot. Intanto nessuno lo aveva messo fuori; era stata una sua, pur se sofferta, libera scelta. La diplomazia aziendale, infatti, affidandogli quel delicato compito non aveva fatto altro che rispettare ogni suo diritto di anzianità e di competenza. Erano state le esigenze innovatrici della scienza a mettere in testa a Giuseppe il pensierino della prepensione.
Era stata l’impellenza della computerizzazione a fargli capire che a un certo punto si deve pure far largo ai giovani. Perciò nessuno gli aveva fatto il torto di metterlo alla porta: era stato l’inesorabile cammino del progresso  di cui nessuno si rende conto che, pur avvantaggiando il domani dell’umanità, a volte purtroppo rovina l’oggi dell’uomo!

dimanche 8 novembre 2015

Gente nostra: numero speciale per una persona speciale
(Quando trovare un amico vuol dire veramente trovare un tesoro!)
Se dicessi sette sere oppure sette note, a chi andrebbe il vostro pensiero? Esatto: a Nino Di Stefano! Ne va da sé che dire Nino Di Stefano è dire sport, significa dire calcio ed anche qualcosa in più. Ma intanto procediamo con ordine. In una manifestazione di tanti anni fa, giovanissimo, presentava uno spettacolo del gruppo folcloristico «Il piccolo coro abruzzese»; fu notato da Enrico Riggi che lo volle in radio con lui nell’allora nascente cfmb; fu così che diede il via alla sua carriera nella stampa parlata curando, in principio, la rubrica «Il piccolo programma»: un appuntamento radiofonico in cui un’altra eccellenza della nostra italianità, il compianto Ermanno Lariccia, ne curava lo sport via telefono; ad Ermanno si avvicendavano prima  Roberto Ferrarini e dopo Paolo Cangiani; dopo di questi era appunto Nino Di Stefano a prendere in mano le redini sportive della nostra emittente locale che diventerà con lui «la radio sportiva di Montreal».  Oggi come oggi qui a Montreal di calcio locale se ne parla tanto ed è molto in auge; prima del glorioso 1982, però, le squadre di calcio e le partite di pallone erano una cosa sporadica ed occasionale; solo i veri appassionati se ne facevano una ragione e prendevano la cosa a cuore. Ed a quei tempi si parlò pure di una Monitalia, una squadra di calcio messa su e portata avanti dal nostro Nino Di Stefano a cui lo sport stava tanto a cuore. Poiché la lingua batte dove il dente duole, poteva non inserire una pagina tutta speciale e tutta sportiva nel suo programma in radio? Ideò la mitica linea aperta del lunedì pomeriggio, nel cui spazio anche i radio-ascoltatori potevano intervenire per esprimere i loro commenti; erano i tempi dell’epico «il giorno dopo», da lui magistralmente condotto ed impreziosito dagli interventi autorevoli di alcuni esperti giornalisti sportivi della Gazzetta dello sport di Torino.
      “E vogliamoci bene!”: risuona ancora oggi all’orecchio, e soprattutto nel cuore, di tanti e tanti ascoltatori che la radio l’hanno vista nascere e crescere a passo sempre più spedito. Su nel tempo era con questo cordiale invito che metteva termine, in tarda serata, alle trasmissioni in lingua italiana della nostra stazione radio amica. Tale saluto era divenuto quasi una istituzione tra noi italiani di Montreal, fu il  fiore all’occhiello del suo saper stare al servizio della comunità sportiva e non, italiana e canadese. Grazie ad un concorso radiofonico, sponsorizzato da non ricordo quale ditta, involontariamente, e quasi in sottofondo, fece scoprire il grande valore della musica leggera italiana e la vera popolarità dei suoi interpreti. Nel corso della rubrica mandava in onda due canzoni interpretate da due cantanti; dopo di che apriva le linee e venivano effettuate tre telefonate mediante le quali gli interpellati dovevano dare la loro preferenza. Ebbene, quando la «partita» finiva due a uno, tutto ok; ma quando si verificava un tre a zero…ti piangeva il cuore per lo sconfitto, fosse o non fosse il tuo cantante preferito; ecco fatto, con quel concorso Nino Di Stefano metteva l’accento sul valore reale della nostra musica leggera: i cantanti sono tutti bravi e le canzoni sono tutte belle! Intanto un luminoso sprazzo di luce paesana ce l’ho lasciò con quelle stupende cartoline «dal tuo paese con amore»; era stato mandato in Italia per stabilire dei contatti virtuali tra la Madre Patria e i suoi figli all’estero. Fece delle registrazioni in alcune regioni d’Italia ed al suo ritorno mandò in onda qui a Montreal i saluti ed i pensieri di affetto che quelli di lì mandavano ai parenti residenti qui: una selezione ben curata delle tante interviste fatte, un ponte virtuale tra Madre Patria e figli all’estero tanto sentito quanto indimenticabile!
      Ci sono, poi, due chicche prettamente culturali da lui curate su nel tempo che mi piacerebbe ricordare: «Davanti allo specchio» e «Polvere di stelle»; nella prima citava pensieri di autori vari e nella seconda quelli specifici di Attilio Piccirilli che, in occasione di un Natale, andò di persona a…far piovere polvere di stelle negli studi radio. Oltre che una voce amica della radio, Nino è stato, a suo tempo, pure un noto volto della nostra televisione locale: ricordate quando conduceva «Sportivi in diretta» con Piero Facchin? E ricordate ancora quando su Tele-Italia commentava lo sport con Franco Mandolini e Pasquale Cifarelli? E ricordate inoltre quel campionato mondiale di calcio 1994 quando, ancora col Cifarelli, ne trasmetteva la finale…che ci lasciò un po’ d’amaro in bocca?  A parte le tante cose qui dette, nel curriculum vitae di Nino Di Stefano va annotata pure la sua attività come agente di viaggi, nonché di manager nella Gold Crest: una distributrice italo-canadese di articoli da cucina in acciaio inossidabile…culla anche di questa nostra bella amicizia!
      Dov’è e cosa fa adesso Nino Di Stefano? Ci siamo ritrovati via fb dopo alcuni anni di lontananza; è stato un piacere per entrambi riprendere la conversazione interrotta e chiederci cosa ne è stato di noi nel frattempo. Sapevo che aveva dovuto lasciare gli studi radio per motivi di salute, ma non sapevo che aveva avuto seri problemi proprio alle corde vocali; problemi  che, grazie alla preziosa guida di esperti in materia e ad adeguati esercici di riabilitazione, fortunatamente è riuscito a ben superare. Anzi, proprio qualche mese fa, in una manifestazione organizzata dall’Associazione Famiglie Abruzzesi lo hanno invitato ad animare la serata; non è stato tanto il fatto di essere stato scelto lui come presentatore ad inorgoglirlo, quanto il fatto di essere stato in grado di poter parlare al microfono proprio come se nulla fosse successo. Per farla breve, Nino adesso sta alquanto bene e, grazie alla sua forza di volontà ed alla sua capacità di riuscire a vedere il bicchiere sempre mezzo pieno…svolge anche un piccolo lavoretto che lo fa sentire soddisfatto di poter ancora onorare la nostra italiantà; guida un piccolo autobus scolastico con cui porta i bambini a scuola e poi li riaccompagna a casa. Quel camioncino, oltre che ad un mezzo di trasporto, lo ha fatto divenire una scuola ambulante di italiano; a quei piccoli canadesini di varie nazionalità insegna l’alfabeto, impara loro a contare, a conoscere i giorni della settimana, i mesi dell’anno e tante altre cosettine ancora. Per me è stato un piacere sentirlo e per lui è stato un punto di orgoglio sottolinearmi che quei frugoletti, se ad inizio anno scolastico parlano solo inglese e francese, alla fine dell’anno sono capaci di farti anche dei piccoli discorsetti nella nostra lingua…ed anche i genitori, a tal proposito, sono contenti del «conduttore a scuola» dei loro figli. 

      Nino Di Stefano, una vita ancora tutta dedita allo sport, alla nostra comunità  ed alla nostra italianità!  

vendredi 23 octobre 2015

ANCHE  QUESTA  È  AMERICA ©
(I racconti di Giuseppe scritti dal Maestro Cuore)
IL CAFFÈ                         
      Correvano i tempi in cui Giuseppe fu messo come responsabile nel magazzino della fabbrica dove lavorava. Al momento della sua nomina il posto era già vacante da un pezzo e, quando lui ne prese possesso, ebbe come l’impressione di trovarsi in mezzo a un completo sottosopra da capogiro e gli ci vollero parecchi giorni prima di rimetterlo in ordine come si doveva. Ma con un po’ di buona volontà e con una buona dose di pazienza riuscì a sistemare ogni cosa ad arte e mestiere. Fatto questo si prefisse di mettere un certo ordine pure nella testa degli operai perché ce n’era veramente bisogno. Nel lasso di tempo che il magazzino era rimasto senza sorveglianza ognuno si era lasciato andare al più sconsiderato self service, gettandosi alle spalle ogni senso di responsabilità. Chi entrava e chi usciva, un continuo andirivieni per prendere materiale e attrezzi che, tra l’altro, difficilmente vedevano una via di ritorno. Intanto si erano talmente abituati a fare da soli che adesso lui, il magazziniere, si vedeva lì a mo’ di mazza di scopa. Sapete cosa si sentì dire un giorno da un manovale? “Ah si, hanno messo un magazziniere adesso qui?”. Detto tra noi, solo alcuni haitiani si comportavano con senso di civismo e con correttezza. Gli altri, invece, avevano tante di quelle cose da fare che non potevano perdere tempo a chiedere o a farsi servire da lui! Dovevano sbrigarsi, loro, perché ogni attimo perso voleva dire produrre di meno. E come avrebbe fatto la compagnia ad andare avanti senza il loro valido supporto? Come comportarsi allora, stando così le cose? Usare le maniere forti oppure adattarsi all’andazzo di quei signori lì? Né l’uno e né l’altro! Giuseppe fece ricorso ancora una volta a una saggia attesa e a una perseverante pazienza, ben sapendo che “è col tempo e con la paglia che maturano le nespole”. Perciò cominciò a fare un lento, ma continuo, lavaggio di cervello a tutta quella gente; e il sistema funzionò perché, ben presto, quasi tutti cominciarono a rigare dritto come Giuseppe voleva e come il buon senso di collaborazione richiedeva.  
      Abbiamo detto “quasi” tutti; e, in effetti, la perfezione veramente perfetta non esiste. Sono sempre esistite, invece, le pecore zoppe e non poteva essere di certo quella manifattura lì a fare eccezione alla regola. Per farla breve, alcuni “vandali” erano rimasti a invadere il territorio di Giuseppe e a costringerlo a fare bottoni e sangue amaro. Quasi a conferma che “il pesce puzza dalla testa”, alcuni di questi facevano parte proprio dei capoccia. Uno per esempio era Alfredo, il caposquadra cattivo che, per il suo carattere antipatico e altezzoso, si era meritato l’appellativo di “chien sauvage”. Un altro era Alberto, il più anziano della compagnia che, appunto a causa della sua seniorità, si riteneva un padreterno a cui era permesso tutto. Avvantaggiati non tanto dalle loro capacità, quanto dall’autorità loro conferita, erano divenuti i classici esempi del cosiddetto abuso di poteri. E come faceva Giuseppe a contraddirli se quelli avevano completa carta bianca, mentre ognun’altro operaio alla parte patronale appena appena poteva permettersi di dire “buon giorno” quella rara volta che la vedeva aggirarsi per i locali dello stabile?
      Un giovedì pomeriggio il magazziniere si era assentato per portare qualcosa a un assemblatore. Di ritorno al suo posto vide “le chien” uscire dal magazzino dopo essersi servito abusivamente. Allora Giuseppe lo chiamò e garbatamente gli disse: “Scusa Alfredo, ma quando prendi della roba lì dentro dimmelo, altrimenti io perdo il controllo dello stoccaggio!”. Non l’avesse mai detto ché subito l’altro fece il punto della situazione: “Io qui dentro faccio quello che ho sempre fatto e non sei di certo tu la persona che può darmi ordini contrari!”. Nel frattempo stava sopraggiungendo Alberto che, avendo sentito tutto, subito rincarò la dose: “Se tu non sei capace di vedere cosa manca e cosa non manca nel tuo stockerumme, mica è colpa nostra!” e si allontanò facendo una strizzatina d’occhio ad Alf. Quando, l’indomani, Giuseppe fu visto uscire dall’ufficio tutti sospettarono che Alfredo gli avesse “offerto un caffè”, come dicevano loro quando qualcuno veniva fatto rimproverare dall’alta direzione. Comunque l’euforia del fine settimana, quasi giunto, fece passare l’accaduto in second’ordine e il lunedì successivo tutto riprese come di consuetudine. L’unica cosa insolita fu quella di notare, proprio di fronte al magazzino, la finestra del corridoio che porta all’ufficio non illuminata e la porta accanto chiusa. Intanto anche sulla porta del “regno di Giuseppe” si notò un vistoso cartello con sopra scritto: “Vietato entrare senza permesso!”. Erano all’incirca le undici quando Alfredo, supponendo che l’avviso non lo riguardasse, vi entrò per servirsi personalmente come era ormai solito fare. Dopo poco pure Alberto ne seguì l’esempio infischiandosi a sua volta dell’interdizione. Fu in quel preciso istante che la finestra del corridoio si illuminò e la porticina adiacente si aprì. Ne uscì il padrone in persona che, avvicinandosi al “luogo del delitto”, chiamò tutti a raccolta. Senza prediche o ramanzine, venendo subito al dunque ingiunse ad Alfredo e ad Alberto di leggere quanto c’era scritto sul cartellino. E quelli lo fecero, l’uno dopo l’altro, dinanzi a tutti e a voce alta. Dopo di che il padrone sentenziò: “E allora, miei cari amici, cercate di rispettare tutti indistintamente gli ordini che vi si danno!”. Poi, mentre il gruppetto si scioglieva e lui si allontanava, rivolgendosi di nuovo ai trasgressori continuò: “A proposito, invece di offrire troppi caffè ai vostri operai, cercate di dare loro un po’ più di buon’esempio!”.

      E da quel giorno Giuseppe visse felice e contento nel suo reame rimesso in ordine e con tutti i suoi sudditi subordinati e collaborativi. Intanto nessuno seppe mai che il venerdì precedente aveva avuto l’ardire di andare a chiedere e ottenere dal datore di lavoro un colloquio a tu per tu, nel corso del quale gli aveva fatto luce su alcune cose di cui lui…era all’oscuro!