mercredi 3 septembre 2014


AVE  CESARE

Mi diceva una volta una persona di straordinaria saggezza che il vero valore di un regalo non è tanto nella sua utilità o nel bisogno che ne hai, bensì nel fatto che ti fa realizzare di quanto sei ben voluto ed apprezzato; ed è appunto questo che te lo rende caro e prezioso. Detto questo, ad ogni ricorrenza ricordevole mia figlia non manca mai di farmi regali culturali o «scolastici»; ho virgolettato scolastici perché non alludevo alla corrente filosofica medioevale, ma semplicemente alla loro utilità per la mia professione di insegnante. Tempo fa mi regalò un libro intitolato «Rome, de ses origines à la capitale d’Italie»; l’ultimo capitolo di detto libro, che tratta «l’eritage de Rome au Quebec»,  l’ho trovato abbastanza interessante perché mette in risalto il modo in cui l’antico impero abbia condizionato pure la vita socio-culturale della Bella Provincia che ci ospita; ed è appunto per questo che ho deciso di parlarvene.

Eccovi allora per sommi capi quel che ho letto. Sono tre le città del continente antico che hanno dettato leggi nella società quebecchese: Londra, Parigi e Roma…per le ovvie ragione che noi tutti emigranti ben conosciamo. Per quanto riguarda quest’ultima, la sua influenza l’ha esercitata sia come capitale dell’impero romano, che come centro del cristianesimo; sia come caput mundi, che come Urbi et Orbi; sia come antica Roma, che come Roma pontificale. Da sottolineare che è proprio questa seconda a traghettare la prima sulle onde dell’andar dei secoli. Il retaggio romano in nordamerica si è materializzato attraverso vestigia architettoniche, come pure tramite concetti e terminologie legate alle istituzioni del suo impero: forum, arena, colisée. Comunque sono tre gli assi che hanno fatto da collegamento in uno scambio interculturale Roma-Quebec: l’educazione, la cultura giuridica e il sentimento religioso. Già nel 1600 le comunità religiose indirizzavano i loro alunni agli studi classici e all’apprendimento del greco e del latino: il greco come concezione del pensiero e della scienza, il latino come concezione dell’ordine giuridico e il cristianesimo come concezione di Dio e dell’uomo. Gli studi classici garantivano pure un metodo ben presciso nell’agire e una continuità e costanza nelle idee. Per quanto riguarda la cultura giuridica, un movimento di idee politiche, prefiguranti gli stati moderni, prende vita nella metà dell’800. Anche le grandi correnti che vi si annidano: liberalismo, nazionalismo, socialismo ed altre, trovano una solida base nella concezione romana della legge. La comprensione di detta concezione, che nella sua evoluzione viene ad interessare pure il Quebec, può essere acquisita solo attraverso la conoscenza stessa delle istituzioni del diritto romano. Il concetto religioso, infine, è quello che ha marcato maggiormente la presenza di Roma un pò dovunque nel mondo sia per l’apostolato dei padri missionari, e grazie pure agli emigranti che questo intimo sentimento l’hanno portato in tutte le terre dove sono andati a costruirsi un avvenire.

Ecco fatto, la città dei sette colli, che su nel tempo aveva allungato la sua mano a toccare ogni terra allora conosciuta, oggi giorno sembra allungare il suo zampino, quasi come virtuale rivincita, anche su queste terre d’America che, in suddetti giorni, erano «inesistenti» alla visuale umana. In questo mondo, oltre ogni dire sempre più globalizzato, le aquile romane sembrano aver raggiunto in volo ed essere venute a prendere sotto le loro ali protettrici pure i potenti e gloriosi Stati Uniti d’America! No, non sto dando i numeri: è la pura e semplice realtà dei fatti che, purtroppo, passa quasi inosservata a tutti in quanto viene considerata come scontata e del tutto in sintonia con l’andar dei tempi e delle vicende umane. Se continuate a leggermi capirete dove voglio andare a parare. Nel mese di agosto siamo stati per qualche settimana ad Atlantic City ed ho alloggiato in una suite dello Sheraton Hotel: quello in cui tutto parla di Miss America e dalla A alla Z di questo evento annuale! E ne ho viste di dette celesti creature, dalla prima all’ultima, che dalle loro nicchie illuminate mandano sorrisi di soddisfazione; là proprio nel piazzale davanti all’entrata il primo organizzatore della kermesse che, con la corona in mano, invita il gentil sesso a “sognarsi” miss America e farsi scattare una foto con lui. E non vi dico il sorpreso entusiasmo di mia moglie e mia figlia allorché, toccando con la testa la corona, partiva un canto: «Here you are…Miss America». A parte quest’inciso, saliamo in camera al 15mo piano, disfaciamo le valige, ci mettiamo a nostro agio; mi affaccio alla finestra e, udite udite, subito esclamo: “Ave Cesare!”. E sì, ero andato lì anche per togliermi lo sfizio di lasciare qualche soldino nel casinò dei “Caesars”, ma non mi aspettavo che me lo sarei trovato lì dinanzi a me a primo colpo; intanto il saluto glie lo rivolgevo ben volentieri la mattina alzandomi e la sera andando a nanna. Di ritorno a Montreal ho decantato la suddetta imponenza romana lì vista con amici di lavoro ed uno mi ha fatto: “Eh, si vede, mio caro Joe che non hai ancora visto il “Caesars” di Las Vegas! Quello sì che ti mette paura”.

A questo punto penso sia giunto l’ora di scoprire la morale della favola. Gli imperatori romani, non avendo potuto conquistare le Americhe perché a quei tempi non si trovavano ancora sulle cartine geografiche, lo stanno facendo ora in maniera del tutto moderna e consona alle odierne mentalità. Non stanno più sottomettendo i popoli con le armi, ma lo stanno facendo semplicemente invitando le genti a dare i loro tributi all’SPQR con volontaria euforia nelle moderne sedi delle gabelle, meglio conosciute col nome di casinò. Grande Roma; da educatore dell’italianità mi associo ad Antonelli Venditti per dirti  anch’io «grazie Roma» …città eterna!

dimanche 27 juillet 2014


 

ICI METROPOLI

Cari amici, ma soprattutto cari giovani, dove c’è italianità lì c’è pure la mia penna; quando poi questa  italianità sprizza gioventù da tutti i pori, ecco lì la mia penna a mettere subito nero su bianco. Vi è mai capitato di perdere di vista un conoscente e ritrovarvelo, dopo un pò, improvvisamente davanti? E, magari, realizzate pure che era sempre stato nelle vostre vicinanze e non lo sapevate! Da tempo mi chiedevo dove fosse finito quel  bravo giornalista che noi tutti indistintamente abbiamo conosciuto attraverso la stampa scritta, parlata e vista e che risponde al nome di Marco Luciani Castiglia. Ebbene, non me lo sono «trovato» inaspettatamente davanti venerdì 11 luglio scorso? E poi dicono che il venerdì porta male! Ciao Marco, ora che ti ho ritrovato non ti lascerò più; anzi, ne approfitto per far conoscere la tua nuova sede anche ai lettori di questo mio angoletto virtuale affinché si rendano conto di ciò che vai facendo in favore della nostra italianità in generale e della nostra dinamica gioventù in particolare.

Un mio figlioccio di battesimo è uno di quelli a cui la musica «ha dato in testa» sin da piccolo e, adesso, come fai a togliergli quella botta dalla testa? «Patino –mi ha detto via telefono qualche settimana fa- venerdì 11 luglio metti la televisione sul canale 16 ché mi fanno un’intervista!». Detto fatto; mi sintonizzo sul canale 16, che pensavo avesse trasmesso in inglese o in francese, e non mi trovo dinanzi  Marco Luciani a presentare la sua e nostra «Metropoli» su ICI Montreal per dare spazio agli eventi della nostra comunità, nonché per promuovere i nostri giovani talenti? Aprendo una parentesi: che bellezza RaiItalia...ma quando è troppo è troppo! Nessuno forse ci fa caso ma, a quanto sembra, tenendoci vicini all’Italia di lì, ci allontana da quella di qui; cerchiamo di non darci la zappa sui piedi perché, secondo me, per noi italoCANADESI  anche questo fa parte di quella esterofilia cronica decantata da Toto Cutugno in una sua canzone. A parentesi chiusa, miei cari quattro lettori ogni mercoledì, giovedì e venerdi pomeriggio andatevi ad aggiornare sulle attività comunitarie ed a rimirare tutto quel  pò-pò di gioventù che riempie di argento vivo la grande Montreal. Da parte mia vengo a sintetizzarvi due interviste di quel giorno lì: due giovani di due mondi diversi, ma uniti da uno stesso ideale; due sogni volti entrambi a realizzarsi alla grande; due vedute del futuro convergenti entrambe nell’orizzonte di una congenita telematia…con una sola «t». Partendo appunto da quest’ultimo aspetto, infatti, Sara è una ragazza italiana che ha intravisto uno sbocco alla sua carriera qui, nella lontana America e Saverio è un giovane italocanadese che, guarda caso, anche lui vede terre promesse in paesi lontani da quelli in cui è nato. È proprio vero che l’erba del vicino è sempre più verde: noi stessi, d’altro canto, non venimmo a costruirci il nostro avvenire lungi dal suolo nativo? Congenita telematia, come volevasi dimostrare!

A parte questo, eccovi i nostri giovani più da vicino. Sara De Luca da Teramo se ne è venuta qui a Montreal perché in Italia, con l’attuale vento politico-sociale che spira, non è tanto facile capire i propri sogni e, soprattutto, è difficile poterli mettere in pratica…ragion per cui i cervelli fugguno dal  nostro Bel Paese!  E sapete cosa è venuta a fare qui da noi? Che ci crediate o no è la coordinatrice agli eventi benefici dell’orchestra sinfonica di Longueuil: si interessa a garantire la continuità di detta orchestra, cercando di ringiovanire quella parte di pubblico che vede «invecchiare» nei confronti della musica di un certo livello come appunto quella classica. Saverio Lariccia, invece, è appassionato di musica leggera che rappresenta addirittura il suo stile di vita: ha cominciato  in casa «tamburellando»  sulle sedie di legno fino a quando non è arrivata la prima chitarra a permettergli di imitare i Beatles, ispirarsi a Little Tony e coltivare musica melodica. Alla giovane età di 35 anni ha all’attivo  un ben nutrito curriculum musicale che tra l’altro, in occasione del 50.mo del Cantagiro, lo ha portato addirittura a calcare il palco di detta kermesse tutta italiana…assieme al suo amico d’infanzia Davide da cui purtroppo si è artisticamente separato! 35 anni quasi tutti consacrati alla musica in cui crede fortemente e che costituisce la  sua convinzione ed il suo attaccamento: se non ne fosse stato così convinto non avrebbe mai iniziato; avendo iniziato continuerà perché se lascia si sentirebbe perduto; ma intravede orizzonti più vasti sia oltre confine che oltre oceano, come volevasi ancora una volta dimostrare! A proposito, se qualcuno non avesse mai visto in azione il mio figlioccio Saverio del «Gruppo Vu»  può togliersi questo sfizio a breve nel corso della ventunesima edizione della Settimana Italiana, durante la quale si esibirà ben due volte: venerdì 15 agosto sarà sul palco di Loto Québec presso il parco Dante alle ore 20 (otto di sera) e domenica 17 agosto, sempre nella Piccola Italia, questa volta sul palco situato sulla strada Saint Laurent all'angolo di Shamrock alle ore 19 (sette di sera). 

Ed allora, buona Settimana Italiana a venire e sempre «occhio ai nostri giovani talenti»…che ce ne sono eccome a continuare con entusiasmo ed orgoglio la nostra secolare italianità!   

 

 

samedi 14 juin 2014


GENTE  NOSTRA

Quando un emigrante partiva per l’estero, in un angolino della sua valigia di cartone, riponeva istintivamente l’amore per il suo paesello e la fede in Dio che lì gli avevano inculcato. Due valori forti dove attingere forza e coraggio per affrontare e superare le avversità di una vita verso l’incerto. Due  sentimenti profondi che, pur custoditi gelosamente nel cuore, è riuscito a trapiantare anche nelle terre da lui scelte come sua nuova Patria. Ecco il perché dei vari festeggiamenti e dei tanti pellegrinaggi in onore di questo o quell’altro santo patrono; ed è anche questo il perché delle numerose associazioni paesane messe su, lungo gli anni, dalla gente emigrante. Festeggiamenti, pellegrinaggi e sodalizi che, al tempo stesso che matenevano vivi i contatti con la Madre Patria, arricchivano di nuove vedute sociali anche quella adottiva. Oggi sono all’ordine del giorno e, forse, sanno pure di antico; comunque, su nel tempo, è soprattutto in tal modo che noi italiani abbiamo interagito in quello scambio interculturale, pacifico e costruttivo, con tutte le altre etnie venutesi a stabilire al nostro fianco in terra canadese: è quell’associazionismo che ha cambiato l’aspetto storico, politico e sociale di quelle terre dove gli emigranti sono andati a stabilirsi! Abbiamo mai pensato a ringraziare degnamente questi ignoti organizzatori di pellegrinaggi e feste patronali, nonché questi  fondatori di associazioni paesane? Eccovi, in questo contesto, il profilo biografico di uno che è stato capace di coinvolgersi con brillante risultato nel suddetto nostalgico trittico di sagre paesane: naturalmente è il profilo di uno dei tanti sconosciuti a cui voglio dare un filo di notorietà attraverso questo mio angoletto…altrettanto sconosciuto! Vi dico in partenza che ho pensato di dare spazio ad un compaesano che ammiro di cuore per il suo senso di responsabità e che vedo prodigarsi, ancora oggi, in queste attività paesane con lo stesso volenteroso entusiasmo dei tempi che furono. E lo faccio ben volentieri per il motivo che in questo 2014 l’associazione da lui fondata compie i suoi  primi 40 anni di vita.

       Questo solito-ignoto risponde al nome di Lino; è Campodipietra, un paesetto del Molise in provincia di Campobasso, a vederlo nascere il 20 giugno del 1934 da Giuseppina Cefaratti e Francesco Lamenta. Halifax, intanto, nel freddo febbraio del 1953 lo vede sbarcare dopo una lunga traversata transoceanica dalla nave Saturnia e prendere un treno alla volta di Montreal. Giunto in Canada alla giovane età di soli 19 anni gli è difficile staccarsi col pensiero dal paesello nativo dove pertanto è rimasta una piccola parte del suo cuore…cioè quella sinceramente legata alla sua amata Filomena: la dolce speranza dei suoi sogni! Vi ritorna dopo sette anni e il 18 luglio del 1960 coronano il loro sogno d’amore nella Basilica di Pompei presso Napoli. Dopo la parentesi matrimoniale e la rituale luna di miele il ritorno in Canada che, fatto in amorevole compagnia, risulta molto più confortante e pieno di speranze. E queste non tardano a divenire realtà perché nel 1962 arriva Frank ad allietare il loro focolare; in appresso, nel 1967 due stupende gemelle, Josephine e Lina vengono a completare il felice nucleo familiare. Ma se una volta si lasciava la terra natale per recarsi altrove, lo si faceva per trovare un buon lavoro onde sopperire alle necessità economiche personali e di famiglia. E Lino trova soddisfazione a questo suo bisogno presso la manifattura Standard Desk dove svolge la lusinghiera mansione di caporeparto: un significativo lavoro che gli permette di sbarcare il lunario in modo orgogliosamente decoroso e incoraggiante.

       Questo per quanto riguarda l’ambito domestico; ma per quel che concerne le vedute sociocomunitarie? E a tale proposito rientrano in gioco la nostalgia e il ricordo delle tradizioni e dei costumi di paese. Perché tante usanze di ricordevole sapore paesano non trapiantarle pure qui in terra forestiera e non condividerle con le nuove genti qui incontrate? A Campodipietra ogni anno si organizzava un pellegrinaggio a Monte Sant’Angelo sul Gargano in onore di San Michele Arcangelo protettore del paese. Perché mai, assieme a tutti i compaesani, non ripristinare  pure qui la pratica di una così sentita devozione? La stupenda idea diventa fatto vissuto il 5 settembre del 1971. Lino, coadiuvato dai compaesani Carmine Ritone e Mario Geronimo, mette in atto questo caro sogno presso il santuario Marie Reine des Cœurs nei pressi di St. Callixte, con soddisfacente afflusso di paesani e simpatizzanti. E quel giorno dovette essere stato abbastanza commovente sentirsi uniti alla Madre Patria nonché incoraggiati, appunto perché tutti insieme, ad affrontare l’avvenire con maggior sicurezza. Ed oggi che quell’avvenire non è altro che il ben superato passato, non mette un fremito al cuore e un nodo alla gola un così grande e bel ricordo?

In quegli anni 50 e 60 il problema dell’integrazione sociale era uno di quelli abbastaza delicati e sentiti; soli, spaesati e senza una conoscenza delle lingue locali era un po’ difficile sfondare nell’impatto multietnico in cui si era venuti a vivere. Perché dunque non mettere su un’associazione per riunire i compaesani, darsi un colpo di mano per meglio far breccia sul lavoro e in società, e soprattutto mantenere vivi i contatti con la Madre Patria? Nelle vedute di Lino  balena un improvviso raggio di luce: allargare il cerchio di azione del pellegrinaggio del 5 settembre dando vita appunto ad un’associazione campopietrese. É il 13 settembre di quello stesso anno allorché contatta i seguenti compaesani: Giuseppe Cefaratti, Michele Perrotta, Francesco Lamenta, Michele Lamenta e Angelo Di Maio per partecipare loro il suo progetto; i cinque amici ne accettano l’idea e tutti insieme danno il via ufficioso a quella che, ancora oggi, è l’Associazione Culturale di Campodipietra a Montreal, che nascerà ufficialmente nel febbraio del 1974 e verrà iscritta nei registri provinciali il 7 giugno dello stesso anno.

Il 12 agosto al paese è festa grande, si festeggia il prottetore San Michele Arcangelo. É un altro momento in cui si rivolge accoratamente lo sguardo al paesetto lasciato per rivivere, nel ricordo dei tempi giovani, la solennità di quella sagra paesana. Non è, questa pure, un’altra festività da celebrare anche qui…tutti i compaesani riuniti? Detto fatto: se ne parla in seno alla neonata Associazione Culturale e si decide di organizzare l’avvenimento la seconda domenica di agosto, in unione di spirito e in sintonia con quella al paese: correva l’anno 1976…ed a tutt’oggi la tradizione è sempre più in auge!

       Nel tessuto sociale canadese queste «storie di tutti i giorni di noi brava gente»  hanno avuto un ruolo di primo piano nello sviluppo sia dei paesi di provenienza che di quelli ospitanti. Il corso storico di essi  è andato trasformandosi, la mentalità sociale si è andata evolvendo, l’andamento economico è andato migliorando, il pensiero politico si è andato globalmente aggiornando. Tutto ciò anche perché ci sono stati uomini come questi fondatori di sodalizi e organizatori di sagre paesane che, magari senza una specifica istruzione ma dotati di «caparbie» iniziative, lentamente nel tempo ma giorno dopo giorno, hanno permesso pure alla gente comune e normale di porre la sua piccola firma in fondo al grande libro della cultura italiana in terra emigrante. Un pensiero di riconoscente gratitudine, dunque, a tutte queste piccole-grandi personalità che hanno saputo ingranare una marcia in più per far estendere a macchia d’olio la trasparenza della nostra italianità…che ci auguriamo di cuore che venga presa in considerazione, nonché allargata nel tempo e nello spazio anche in appresso. A voi giovani, dunque, questo nobile compito!

samedi 24 mai 2014


HO VISTO IN FACCIA UN SANTO

       Se mi permettete, vorrei trattenervi ancora in paradiso per approfondire il discorso sul santo a cui  ho accennato di sfuggita nel mio spot precedente che, come ben ricorderete, è san Pio da Pietralcina. È un santo abbastanza popolare e mi riempie di particolare orgoglio perché ho avuto modo di conoscerlo di persona.

Prima, però, vorrei fare un’osservazione sul modo in cui a volte lo sento chiamare.  Infatti alcuni dicono «san Padre Pio»; questo, a mio avviso, non è tanto ortodosso e ve ne spiego il perché. Nel linguaggio ecclesiastico vi sono alcuni appellativi che stanno a specificare il grado gerarchico delle personalità del clero. Eccovene alcuni: fra, padre, reverendo, don, monsignore, eccellenza, eminenza, santità; e poi dopo morte: servo di Dio, venerabile, beato, santo; a questo punto va precisato che il passaggio ad un grado superiore abolisce automaticamente il titolo precedente. Venendo al caso specifico di san Pio, quando era studente veniva chiamato “fra Pio” e dopo aver preso messa “padre Pio” ; dopo la sua morte è stato prima venerabile, poi beato e infine santo…perdendo di volta in volta l’appellativo precedente. Di conseguenza il modo corretto di chiamarlo dovrebbe essere o san Pio e basta, oppure san Pio da Pietralcina; ma se proprio proprio ci tenete o pensate che possa più facilmente farvi qualche grazia, chiamatelo pure san Padre Pio…che non è peccato!

E adesso possiamo venire a noi!  A inizio anni sessanta ero un giovane studente liceale; frequentavo il secondo anno allorché il  preside dell’istituto in cui studiavo, a fine anno scolastico, chiese ed ottenne dal  superiore del convento di Santa Maria delle Grazie in San Giovanni Rotondo il permesso di far trascorrere ad alcuni studenti meritevoli una giornata con i frati del convento e di incontrare pure padre Pio. Tra quella diecina di fortunati ci fui pure io perché, a detta del mio professore di italiano, “come facevo i compiti io non li faceva nessuno”: il pallino della penna, quindi, devo averlo proprio nel sangue o nel DNA, come si dice adesso. Tralasciando altre cose, a mezzogiorno ci fecero entrare nella sala pranzo, che loro chiamano refettorio; io mi trovavo seduto sulla parete a sinistra della porta di accesso, proprio di fronte alla tavola principale riservata al superiore e ad altri frati di una certa importanza; all’estremità destra di quella tavola, quasi di fronte a me, c’era il posto di padre Pio. Questi intanto fu l’ultimo ad arrivare e appena lui entrò automaticamente cademmo tutti in emozionato silenzio; «Continuate, continuate a parlare –disse lui dirigendosi al suo posto-  non è arrivato nessuno!». Era accompagnato da due frati e si muoveva lentamente quasi trascinando il peso del suo corpo; solo quando si sedette potemmo guardarlo in faccia: un volto delicato e luminoso, completamente in contrasto con quella sagoma pesante che aveva attraversato la sala poco prima! Sembrava che da un momento all’altro si  sarebbe potuto sollevare da terra!  Il suo pasto, intanto, «simile a quello di un uccellino», come ci fece notare il padre guardiano…che poco dopo, rivolgensosi al santo gli disse: «Padre Pio, non la raccontate una barzelletta a questi studenti?». Anche Pippo Franco ha sottolineato una volta la vena scherzosa di padre Pio ed io mi chiedo se, forse, non scegliesse l’argomento delle sue barzellete a seconda del pubblico che aveva dinanzi; a noi infatti, forse proprio perché eravamo studenti, raccontò una sul dottorato. Eccovela: «Una volta al mio paese ci fu un giovanotto che si recò in città per ragioni di studio. Una volta laureato se ne tornò al paese dove tutti cominciarono a chiamarlo «dottore». Una vecchietta sua vicina di casa, che quando il dottorino era piccolo gli aveva pulito pure il nasino, lo chiamò e gli chiese: «Famme sentì Pasqualì, chi ti chiama dottore a destra e chi ti chiama dottore a sinistra; ma dottore di che sì?». «Ehi zè Marì …sono dottore in fi-lo-so-fia!». “Mamma mia –replicò la vecchietta-  è sciuta nata malatia mò?”. A questo punto voglio dirvi una cosa; la memoria non è mai stata il mio forte ed anche le barzellette oggi ne ascolto una e domani l’ho già bella e dimenticata; non sono ancora riuscito a capacitarmi come mai questa raccontata quel giorno da padre Pio l’ho sempre ricordata a memoria. E ci penso e ci ripenso e più ci penso e più mi meraviglio!

Fu dopo il pranzo che potemmo anche avvicinarci al frate dalle stimmate e parlare con lui. Una suora del mio  paese mi aveva raccomandato di fargli sapere che spesso lei gli scriveva e chiedeva che fosse lui personalmente a risponderle. Glie lo dissi veramente e lui, quasi tra il burbero e il faceto (ancora un riscontro del suo dualismo sottolineato da molti), mi rispose secco: «Diccelle ca ze lu pò scurdà!». Intanto vedere padre Pio a tu per tu fu una cosa che non dimenticherò mai. Il contrasto in lui tra cielo e terra lo rimarcai ancor più in quegli istanti che gli fui vicino; guardavo il suo corpo e lo vedevo per terra, lo guardavo in faccia e lo vedevo in un’altra stratosfera, quasi fuori da questo mondo; anzi,  ad un certo punto lo guardai negli occhi e mi sembrò che lui, guardandoci, si chiedesse come mai  noi fossimo tanto interessati alle cose terrene…quando invece sarebbe stato meglio farsi prendere da pensieri  superiori  e da ideali  ben più elevati. Comunque, ci pensate?  Durante il periodo della mia giovinezza ho conosciuto padre Pio; ho parlato con lui ed ho mangiato con lui; ancora oggi, intanto, mi porto dietro il grande orgoglio di poter dire che «ho visto in faccia un santo»!  

dimanche 4 mai 2014


        I  SANTI  DELL’ORIGINARIO    

Quando poi ognuno vuol dire la sua, a dritta e a manca e soprattutto  a vanvera, allora mi arrabbio e mi viene voglia di rispondere per le rime; e, visto che mi riesce anche bene perché sono un poeta, stavolta lo voglio fare per davvero. Domenica, 27 aprile 2014, Sua Santità papa Francesco I ha iscritto nel catalogo dei santi due suoi significativi predecessori: Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II; a completare il quadro pontificale nello sfondo di Piazza San Pietro c’era pure un quarto papa: quello emerito, Benedetto XVI! Un dato di fatto più unico che raro nella storia della Chiesa; un avvenimento tanto unico che, pur non essendo profeta, ognuno sa che di certo non si riscontrerà mai più nel corso dei secoli a venire.

        La stessa sera, dando un’ultimo sguardo ad internet, il mio occhio si sofferma su di un’immagine di papa Wojtyla…clicco e vado a leggere rapidamente l’articolo. L’autore portava a conoscenza che da più parti si era insinuato se veramente fosse degno di essere santificato un pontefice che non si era saputo adeguare al passo dei tempi in materia di aborto, contraccezione, di gente gay e di altri simili, ma pur sempre ben discutibili, punti di vista che caratterizzano l’odierna società. Detta denigrazione mi ha subito fatto venire in mente le prime pagine di alcune riviste e rotocalchi dell’ottobre 1978, al tempo della fumata bianca che lo faceva salire al soglio pontificio. La sua insigne figura veniva spesso affiancata da quella di una donna, sempre la stessa, sua amica di gioventù. Ma sin dalle sue prime battute e dai suoi primi passi Giovanni Paolo II il Grande fugava ogni ombra con cui si cercava di imbrattare la sua immagine di uomo di Dio. In ogni modo, un pio sacerdote una volta mi disse che santo non è chi è senza peccato, bensì chi combatte affinché questi scompaiano dalla faccia della terra. E doveva avere proprio ragione perché ho sentito dire che anche «i santi  peccano sette volte al giorno».

        Lo zelante giornalista on line deve essere abbastanza giovane; se, per esempio, fosse della mia generazione o giù di lì, avrebbe avuto qualcosa a ridire pure di Giovanni XXIII. Ricordate san Pio da Pietralcina? Ebbene, negli anni ’60 si trovò nell’occhio di un ciclone diffamatorio perché le sue stimmate vennero incomprensibilmente messe in discusione. Per indagare e riferire in merito, si recò a San Giovanni Rotondo uno dei luminari della medicina del tempo: padre Agostino Gemelli, fondatore della nota Università Cattolica. Il suo responso, intanto, non fu affatto favorevole al povero fraticello che si vide relegato a celebrar messa in una cappella privata del convento, invece che nella chiesa aperta al pubblico…lo scorrere degli anni, però, ha dato ragione al pio cappuccino! Ma, visto che i fatti si svolsero sotto il pontificato di Giovanni XXIII, dobbiamo togliere pure a lui l’aureola dalla testa?  

        Le gesta del papa polacco sono ancora all’ordine del giorno; allora le tralascio per dare un pò di spazio a qualcosa di papa Roncalli; qualcosa che lo rende degno del suo ministero e ci fa capire perché anche lui, al pari del suo consanto è stato definito da papa Francesco come riformatore della Chiesa in modo «originario». Ho virgolettato l’aggettivo perché non è in modo originale, bensì originario: cioè che porta la Chiesa alle origini evangeliche…origini a cui lui pure, Francesco, sta dando un accento più che significativo! Quanti di noi sanno che la Santa Messa, una volta, la si celebrava solo di mattina e solo in lingua latina? É con papa Roncalli che le cose sono cambiate! Adesso andiamo a prendere la Santa Comunione senza nessuna restrizione; prima per comunicarsi bisognava essere digiuni dalla mezzanotte: fu il «papa buono» nel 1959 ad  abolire predetto digiuno. Se non vado errato, fu pure sotto il suo pontificato che  si fece largo alla «messa a gò-gò», cioè di stampo meno gregoriano e accompagnandosi pure con chitarra e  fisarmonica. Queste, comunque, sono solo alcune delle riforme di carattere «popolare, quasi terra terra» effettuate da colui che noi giovani del paese avevamo preso l’abitudine di chiamare «u paparielle»…senza entrare nel merito di quelle prettamente «teologiche», e senza parlare nemmeno dei primi approcci, già in quegli anni di guerra fredda, tra il Vaticano e il mondo comunista.  

        Dopo questa mia arringa in favore del  papa del «se sbaglio mi corriggirete» e di quello del «discorso della luna», vorrei chiedere al sopra citato «avvocato del diavolo» se conosce il significato di quest’ultima espressione, divenuta ormai quasi un detto popolare. Ebbene, sono quegli avvocati che, in un processo di canonizzazione,  mettono il bastone tra le ruote a quelli che ne stanno perorando la causa! Sono cioè gli avvocati dell’accusa; e ce la mettono proprio tutta per non farli santificare e non fare, loro stessi, la figura degli «avvocati delle cause perse»…e di certo ne avranno mossi di cavilli e ne avranno trovati di peli nell’uovo a sostegno e conferma delle loro accuse; ma sono stati scornati! Ed allora, fidiamoci del verdetto di papa Francesco, preghiamoli sia per noi che per gli altri questi due nuovi santi; ma soprattutto chiediamo ad essi di far camminare l’uomo sempre sulla giusta strada: quella della giustizia e dell’amore!       

        p.s.   A partire da Celestino II (Ex Castro Tiberis) Malachia, profetizzando la nomina di ben 112 papi, ecco come definì gli ultimi 6 prima di Bergoglio…che sono poi quelli presenti anche in questo mio cammino su terra. Pastor Angelicus, Pio XII; Pastor et Nauta, Giovanni XXIII; Flos Florum, Paolo VI; De Medietate Lunae, Giovanni Paolo I; De Labore Solis, Giovanni Paolo II; De Gloria Olivae, Benedetto XVI. Non so se ne abbia tralasciati altri, ma subito dopo parla di uno che «nell’estrema persecuzione della Santa Romana Chiesa regnerà Pietro Romano, che pascerà il gregge tra molte tribolazioni, passate le quali la città dei sette colli sarà distrutta e il Giudice supremo giudicherà il suo popolo». Meno male che quello attuale si è chiamato Francesco; ve la immaginate, qualora avesse preso il nome di Pietro, la coda dei penitenti dinanzi ai confessionali?! 

mardi 22 avril 2014


                MARCONI  DIETRO  LE  QUINTE

Il  25 aprile 2014 ricorre il 140mo  anniversario della nascita di Guglielmo Marconi: il padre della mitica «scatoletta magica» che ci tiene compagnia giorno e notte, 24 ore su 24. Purtroppo, a differenza di quelli televisivi, gli animatori radio, non avendo l’opportunità di una visione diretta, operano quasi da dietro le quinte, senza potere esser visti e, a volte, senza essere, forse, nemmeno conosciuti. In omaggio a questa miriade di angeli custodi della nostra giornata, in particolare quelli della tricolore Canada’s First Multilingual Broadcaster, mi permetto di presentarvi anche Marconi…dietro le quinte; vi racconterò, cioè, cose sul suo conto che non tutti sanno o che, magari, vengono prese in poca considerazione.

        Innanzi tutto, come si addice ad ogni genio di un certo rispetto, anch’egli era uno di quelli con la testa «fra le nuvole»: era distratto, infatti!  Ve lo immaginate per le strade della Londra di quei tempi, in una giornata piovigginosa, un uomo recarsi nei suoi uffici con in mano un ombrellino da donna? E la moglie osservarlo da dietro la finestra mormorando tra sé e sé: «Ma cosa mi hai combinato mai, Guglielmo? Non ti sei accorto che invece del tuo hai preso il mio ombrellino rosso?». Ed assorto com’era nei suoi pensieri inventivi non faceva affatto caso alle sbirciatine di meraviglia che gli lanciavano, da sotto i loro ombrellini neri, i lord londinesi. Oltre ad essere un autodidatta ed inventore, fu pure un politico e un valido soldato al servizio del fascio. A tale proposito eccovi il parallelo che stabilì tra la sua opera e quella del Duce: «Rivendico l’onore di essere stato in telegrafia il primo fascista, il primo a riconoscere l’utilità di riunire in fascio i raggi elettrici, come Mussolini ha riconosciuto per primo in campo politico la necessità di riunire in fascio le energie sane del Paese per la maggiore grandezza dell’Italia». Ed ecco pure come Mussolini ricambiò tanta stima e tanto onore: “Nessuna meraviglia che Marconi abbracciasse, sin dalla vigilia, la dottrina delle Camice Nere, orgogliose di averlo tra i loro ranghi”.

        Di scienziati che hanno avuto grattacapi con increduli o affaristi senza scrupoli ce ne sono tanti: Galilei e Meucci insegnano! Anche il nostro ebbe i suoi rituali scettici a contraddirlo e a mettergli il bastone tra le ruote. I pescatori della Cornovaglia, per esempio, furono i suoi maggiori oppositori; essi, infatti, giunsero a dire che la sua invenzione andava tolta dalla circolazione «prima che le sue reazioni rovinassero il clima». Ma lo scienziato restò imperterrito e continuò per la sua strada. Il 23 gennaio 1909 il piroscafo italiano Florida, con a bordo emigranti diretti in America, andava a squarciare in due il transatlantico inglese Republic della White Star. Il marconista di bordo Jak Binns azionò il CDQ, l’allora codice di salvataggio, e tutti i passeggeri furono messi in salvo, tranne due che morirono per lo choc. Nel dicembre dello stesso anno, intanto, a Marconi veniva assegnato il premio Nobel per la fisica, mentre i pescatori della Cornovaglia se ne tornavano ad inghiottire  bocconi salati.

        La scienza a volte allontana dalla fede; Marconi, invece, viene quasi a testimoniarci il contrario allorché dichiara che è «contento di essere cristiano». Questa sua contentezza la traduce in pratica impegnandosi in prima persona nell’installazione, sotto il pontificato di Pio XI, di quella che ancora oggi è la radio vaticana. Il 29 febbraio del 1931, mettendo in comunicazione il papa con le riceventi di New York, Melbourne e Quebec, si onorava di dire: «Con l’aiuto di Dio che mette a disposizione dell’umanità tante forze misteriose, sono riuscito a preparare questo strumento che darà ai fedeli del mondo intero la consolazione di ascoltare la voce del Santo Padre»; e subito dopo, erano le 16 e 49, Pio XI impartiva la benedizione urbi et orbi per la prima volta via radio! Dopo di che Marconi concludeva la trasmissione con queste parole: «Per circa venti secoli il Pontefice Romano ha fatto sentire la parola del suo divino magistero nel mondo, ma questa è la prima volta che la sua viva voce può essere percepita simultaneamente su tutta la faccia della terra». «La tua fede ti ha salvato»: diceva a volte Gesù ai suoi miracolati…non sarà stata appunto la fede a salvare Marconi dal naufragio del Titanic? Datemi la risposta dopo aver letto quanto segue! Su quel transatlantico doveva esserci pure lui che però, per un fortuito contrattempo, partì qualche giorno prima per New York su di un’altra imbarcazione! Erano gli anni in cui, tra pro e contro, il tradizionale CDQ andava sempre più cedendo il posto al «salvagente» SOS di più rapida digitazione: se ci fosse stato bisogno di azionarlo, sul Titanic ci avrebbe pensato il fidato ed esperto marconista Harold Bride…e il caso si presentò e le tre miracolose lettere salvarono circa 700 anime! Ad accogliere i superstiti nel porto di New York c’era pure Marconi che, forse dopo aver rigraziato il cielo per lo scampato pericolo, diceva: «Vale la pena di aver vissuto per aver dato a questa gente la possibilità di essere salvata».

        Se la radio dovesse interrompersi anche per un solo secondo, quell’attimo sembrerebbe un’eternità; il 20 luglio del 1937 tutte le emittenti del mondo osservarono ben due minuti di silenzio: si era spento il grande Guglielmo Marconi…un connazionale di cui andare veramente fieri!       

vendredi 7 mars 2014


GENTE   NOSTRA

     Qual’è il ricordo più bello della vostra vita di italo emigranti? A parte quello indimenticabile del giorno in cui mia moglie ed io convolammo a nozze, vado a raccontarvi uno dei miei e vi assicuro che il calamaio in cui ho intinto la mia penna questa volta è uno di quelli dove si trova ancora inchiostro doc, ovverosia di una italianità verace. Detto ricordo è legato ad una persona che ha fatto brillare un forte raggio di italianità nella mia mente allorché ero ancora un fresco emigrante. É un raggio di italianità che continua ad illuminare il mio cammino di italocanadese e cerco di trasmetterlo a mia volta, da buon insegnante, anche nell’animo dei miei studenti…particolarmente, per ovvie ragioni, in quelli di quinta media che, con una lacrimuccia di commiato, saluto con questo consiglio: «Siate sempre fieri di essere dei canadesi di origine italiana!». 

     Ma ecco come si svolsero i fatti. Nel 1976 mia moglie ed io decidemmo di prendere la cittadinanza canadese..per poter partecipare attivamente a tutti gli obblighi politico-sociali di questo paese che avevamo scelto come seconda Patria. Ne facemmo domanda presso gli uffici competenti, ci furono consegnati degli opuscoli da studiare e ci fu dato appuntamento per la tale data e ad una determinata ora presso lo studio di un giudice di pace. E fu così che, nel giorno e all’ora stabilita, ci recammo puntuali al desiderato incontro. Venimmo ricevuti da una distinta signora che sin dal primo sguardo ci ispirò fiducia e simpatia; ci accolse con un bel sorriso di benvenuto e ci invitò a sederci dinanzi a lei. Cominciò ad esaminarci e, di tanto in tanto che lei si fermava per prendere appunti, noi esaminandi parlottavamo tra noi in italiano. Finito l’interrogatorio, svoltosi naturalmente in lingua francese, ci fece mettere una firma sui documenti dovuti e, congratulandosi con noi, si disse soddisfatta di essere stata proprio lei a conferirci la cittadinanza canadese. A quel punto ci stavamo alzando per andarcene...quando lei: «Oh no, -ci disse in lingua italiana- restate pure seduti. Adesso, che la prassi è finita, nessuno ci impedisce di scambiarci due parole nella nostra lingua madre!». E ci intrattenne per una buona mezz’oretta a parlare del più e del meno e di questo e di quest’altro; e da dove venivamo e quali fossero le nostre esperienze di vita o professionali; e di cosa facevamo e quali fossero i nostri progetti qui in terra canadese. Dopo di che, accompagnandoci alla porta del suo studio e accommiatandosi da noi, soggiunse: «Anche  se ora siete divenuti cittadini canadesi, continuate ad essere sempre fieri di essere italiani!».

     Suppongo che non fummo i soli italiani a passare per quel suo ufficio per ottenere la cittadinanza o per altri motivi; e immagino pure che quel patrio consiglio l’abbia seminato, quasi raggio di italianità, nella mente e nel cuore di molti di noialtri italiani all’estero. Questa insigne signora della comunità italiana di Montreal purtroppo non l’ho più rivista, ma sono sempre rimasto affezionato a quella sua singolare raccomandazione. Dirò di più, man mano che gli anni sono passati il pensiero di poterla incontrare di nuovo si è sempre più impossessato di me fino a divenire quasi una specie di «speranza in una carrambata». Questo mio sogno, purtroppo, l’ho dovuto chiudere definitivamente a chiave nel cassetto alcuni anni fa quando, attraverso la CFMB e i settimanali in lingua italiana di Montreal, venni a sapere che era deceduta, in veneranda età, una certa signora Maria Marelli, benemerita della Casa d’Italia; era morta Maria Marelli che nel corso della sua vita aveva esercitato pure la professione di «giudice di pace». Era dunque lei la distinta signora che in quel lontano 1976 diede un indirizzo ben preciso alla mia vita di italo emigrante!

     Non sarà che, forse, anche ciascuno di noi diventi, a volte, una magica bussola di orientamento per chi ci sta intorno? Attenti quindi a ciò che diciamo e a ciò che facciamo, cercando di non parlare bene e razzolare male! Ciò premesso mi permetto di condividere con voi una  massima che partecipo immancabilmente ogni anno, da buon educatore della loro italianità, ai miei «nipotini del sabato mattina»: «Molte persone entreranno ed usciranno dalla tua vita; ma solo un vero amico lascerà una traccia nel tuo cuore»…ed aggiungo che per ognuno di loro, e a questo punto anche per ognuno di voi, mi auguro di essere una di queste preziose persone che illuminano inconsapevolmente il cammino di chi, magari segretamente,  li ammira al punto da considerarli modelli da seguire, se non addirittura maestri di vita!