samedi 24 mai 2014


HO VISTO IN FACCIA UN SANTO

       Se mi permettete, vorrei trattenervi ancora in paradiso per approfondire il discorso sul santo a cui  ho accennato di sfuggita nel mio spot precedente che, come ben ricorderete, è san Pio da Pietralcina. È un santo abbastanza popolare e mi riempie di particolare orgoglio perché ho avuto modo di conoscerlo di persona.

Prima, però, vorrei fare un’osservazione sul modo in cui a volte lo sento chiamare.  Infatti alcuni dicono «san Padre Pio»; questo, a mio avviso, non è tanto ortodosso e ve ne spiego il perché. Nel linguaggio ecclesiastico vi sono alcuni appellativi che stanno a specificare il grado gerarchico delle personalità del clero. Eccovene alcuni: fra, padre, reverendo, don, monsignore, eccellenza, eminenza, santità; e poi dopo morte: servo di Dio, venerabile, beato, santo; a questo punto va precisato che il passaggio ad un grado superiore abolisce automaticamente il titolo precedente. Venendo al caso specifico di san Pio, quando era studente veniva chiamato “fra Pio” e dopo aver preso messa “padre Pio” ; dopo la sua morte è stato prima venerabile, poi beato e infine santo…perdendo di volta in volta l’appellativo precedente. Di conseguenza il modo corretto di chiamarlo dovrebbe essere o san Pio e basta, oppure san Pio da Pietralcina; ma se proprio proprio ci tenete o pensate che possa più facilmente farvi qualche grazia, chiamatelo pure san Padre Pio…che non è peccato!

E adesso possiamo venire a noi!  A inizio anni sessanta ero un giovane studente liceale; frequentavo il secondo anno allorché il  preside dell’istituto in cui studiavo, a fine anno scolastico, chiese ed ottenne dal  superiore del convento di Santa Maria delle Grazie in San Giovanni Rotondo il permesso di far trascorrere ad alcuni studenti meritevoli una giornata con i frati del convento e di incontrare pure padre Pio. Tra quella diecina di fortunati ci fui pure io perché, a detta del mio professore di italiano, “come facevo i compiti io non li faceva nessuno”: il pallino della penna, quindi, devo averlo proprio nel sangue o nel DNA, come si dice adesso. Tralasciando altre cose, a mezzogiorno ci fecero entrare nella sala pranzo, che loro chiamano refettorio; io mi trovavo seduto sulla parete a sinistra della porta di accesso, proprio di fronte alla tavola principale riservata al superiore e ad altri frati di una certa importanza; all’estremità destra di quella tavola, quasi di fronte a me, c’era il posto di padre Pio. Questi intanto fu l’ultimo ad arrivare e appena lui entrò automaticamente cademmo tutti in emozionato silenzio; «Continuate, continuate a parlare –disse lui dirigendosi al suo posto-  non è arrivato nessuno!». Era accompagnato da due frati e si muoveva lentamente quasi trascinando il peso del suo corpo; solo quando si sedette potemmo guardarlo in faccia: un volto delicato e luminoso, completamente in contrasto con quella sagoma pesante che aveva attraversato la sala poco prima! Sembrava che da un momento all’altro si  sarebbe potuto sollevare da terra!  Il suo pasto, intanto, «simile a quello di un uccellino», come ci fece notare il padre guardiano…che poco dopo, rivolgensosi al santo gli disse: «Padre Pio, non la raccontate una barzelletta a questi studenti?». Anche Pippo Franco ha sottolineato una volta la vena scherzosa di padre Pio ed io mi chiedo se, forse, non scegliesse l’argomento delle sue barzellete a seconda del pubblico che aveva dinanzi; a noi infatti, forse proprio perché eravamo studenti, raccontò una sul dottorato. Eccovela: «Una volta al mio paese ci fu un giovanotto che si recò in città per ragioni di studio. Una volta laureato se ne tornò al paese dove tutti cominciarono a chiamarlo «dottore». Una vecchietta sua vicina di casa, che quando il dottorino era piccolo gli aveva pulito pure il nasino, lo chiamò e gli chiese: «Famme sentì Pasqualì, chi ti chiama dottore a destra e chi ti chiama dottore a sinistra; ma dottore di che sì?». «Ehi zè Marì …sono dottore in fi-lo-so-fia!». “Mamma mia –replicò la vecchietta-  è sciuta nata malatia mò?”. A questo punto voglio dirvi una cosa; la memoria non è mai stata il mio forte ed anche le barzellette oggi ne ascolto una e domani l’ho già bella e dimenticata; non sono ancora riuscito a capacitarmi come mai questa raccontata quel giorno da padre Pio l’ho sempre ricordata a memoria. E ci penso e ci ripenso e più ci penso e più mi meraviglio!

Fu dopo il pranzo che potemmo anche avvicinarci al frate dalle stimmate e parlare con lui. Una suora del mio  paese mi aveva raccomandato di fargli sapere che spesso lei gli scriveva e chiedeva che fosse lui personalmente a risponderle. Glie lo dissi veramente e lui, quasi tra il burbero e il faceto (ancora un riscontro del suo dualismo sottolineato da molti), mi rispose secco: «Diccelle ca ze lu pò scurdà!». Intanto vedere padre Pio a tu per tu fu una cosa che non dimenticherò mai. Il contrasto in lui tra cielo e terra lo rimarcai ancor più in quegli istanti che gli fui vicino; guardavo il suo corpo e lo vedevo per terra, lo guardavo in faccia e lo vedevo in un’altra stratosfera, quasi fuori da questo mondo; anzi,  ad un certo punto lo guardai negli occhi e mi sembrò che lui, guardandoci, si chiedesse come mai  noi fossimo tanto interessati alle cose terrene…quando invece sarebbe stato meglio farsi prendere da pensieri  superiori  e da ideali  ben più elevati. Comunque, ci pensate?  Durante il periodo della mia giovinezza ho conosciuto padre Pio; ho parlato con lui ed ho mangiato con lui; ancora oggi, intanto, mi porto dietro il grande orgoglio di poter dire che «ho visto in faccia un santo»!  

dimanche 4 mai 2014


        I  SANTI  DELL’ORIGINARIO    

Quando poi ognuno vuol dire la sua, a dritta e a manca e soprattutto  a vanvera, allora mi arrabbio e mi viene voglia di rispondere per le rime; e, visto che mi riesce anche bene perché sono un poeta, stavolta lo voglio fare per davvero. Domenica, 27 aprile 2014, Sua Santità papa Francesco I ha iscritto nel catalogo dei santi due suoi significativi predecessori: Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II; a completare il quadro pontificale nello sfondo di Piazza San Pietro c’era pure un quarto papa: quello emerito, Benedetto XVI! Un dato di fatto più unico che raro nella storia della Chiesa; un avvenimento tanto unico che, pur non essendo profeta, ognuno sa che di certo non si riscontrerà mai più nel corso dei secoli a venire.

        La stessa sera, dando un’ultimo sguardo ad internet, il mio occhio si sofferma su di un’immagine di papa Wojtyla…clicco e vado a leggere rapidamente l’articolo. L’autore portava a conoscenza che da più parti si era insinuato se veramente fosse degno di essere santificato un pontefice che non si era saputo adeguare al passo dei tempi in materia di aborto, contraccezione, di gente gay e di altri simili, ma pur sempre ben discutibili, punti di vista che caratterizzano l’odierna società. Detta denigrazione mi ha subito fatto venire in mente le prime pagine di alcune riviste e rotocalchi dell’ottobre 1978, al tempo della fumata bianca che lo faceva salire al soglio pontificio. La sua insigne figura veniva spesso affiancata da quella di una donna, sempre la stessa, sua amica di gioventù. Ma sin dalle sue prime battute e dai suoi primi passi Giovanni Paolo II il Grande fugava ogni ombra con cui si cercava di imbrattare la sua immagine di uomo di Dio. In ogni modo, un pio sacerdote una volta mi disse che santo non è chi è senza peccato, bensì chi combatte affinché questi scompaiano dalla faccia della terra. E doveva avere proprio ragione perché ho sentito dire che anche «i santi  peccano sette volte al giorno».

        Lo zelante giornalista on line deve essere abbastanza giovane; se, per esempio, fosse della mia generazione o giù di lì, avrebbe avuto qualcosa a ridire pure di Giovanni XXIII. Ricordate san Pio da Pietralcina? Ebbene, negli anni ’60 si trovò nell’occhio di un ciclone diffamatorio perché le sue stimmate vennero incomprensibilmente messe in discusione. Per indagare e riferire in merito, si recò a San Giovanni Rotondo uno dei luminari della medicina del tempo: padre Agostino Gemelli, fondatore della nota Università Cattolica. Il suo responso, intanto, non fu affatto favorevole al povero fraticello che si vide relegato a celebrar messa in una cappella privata del convento, invece che nella chiesa aperta al pubblico…lo scorrere degli anni, però, ha dato ragione al pio cappuccino! Ma, visto che i fatti si svolsero sotto il pontificato di Giovanni XXIII, dobbiamo togliere pure a lui l’aureola dalla testa?  

        Le gesta del papa polacco sono ancora all’ordine del giorno; allora le tralascio per dare un pò di spazio a qualcosa di papa Roncalli; qualcosa che lo rende degno del suo ministero e ci fa capire perché anche lui, al pari del suo consanto è stato definito da papa Francesco come riformatore della Chiesa in modo «originario». Ho virgolettato l’aggettivo perché non è in modo originale, bensì originario: cioè che porta la Chiesa alle origini evangeliche…origini a cui lui pure, Francesco, sta dando un accento più che significativo! Quanti di noi sanno che la Santa Messa, una volta, la si celebrava solo di mattina e solo in lingua latina? É con papa Roncalli che le cose sono cambiate! Adesso andiamo a prendere la Santa Comunione senza nessuna restrizione; prima per comunicarsi bisognava essere digiuni dalla mezzanotte: fu il «papa buono» nel 1959 ad  abolire predetto digiuno. Se non vado errato, fu pure sotto il suo pontificato che  si fece largo alla «messa a gò-gò», cioè di stampo meno gregoriano e accompagnandosi pure con chitarra e  fisarmonica. Queste, comunque, sono solo alcune delle riforme di carattere «popolare, quasi terra terra» effettuate da colui che noi giovani del paese avevamo preso l’abitudine di chiamare «u paparielle»…senza entrare nel merito di quelle prettamente «teologiche», e senza parlare nemmeno dei primi approcci, già in quegli anni di guerra fredda, tra il Vaticano e il mondo comunista.  

        Dopo questa mia arringa in favore del  papa del «se sbaglio mi corriggirete» e di quello del «discorso della luna», vorrei chiedere al sopra citato «avvocato del diavolo» se conosce il significato di quest’ultima espressione, divenuta ormai quasi un detto popolare. Ebbene, sono quegli avvocati che, in un processo di canonizzazione,  mettono il bastone tra le ruote a quelli che ne stanno perorando la causa! Sono cioè gli avvocati dell’accusa; e ce la mettono proprio tutta per non farli santificare e non fare, loro stessi, la figura degli «avvocati delle cause perse»…e di certo ne avranno mossi di cavilli e ne avranno trovati di peli nell’uovo a sostegno e conferma delle loro accuse; ma sono stati scornati! Ed allora, fidiamoci del verdetto di papa Francesco, preghiamoli sia per noi che per gli altri questi due nuovi santi; ma soprattutto chiediamo ad essi di far camminare l’uomo sempre sulla giusta strada: quella della giustizia e dell’amore!       

        p.s.   A partire da Celestino II (Ex Castro Tiberis) Malachia, profetizzando la nomina di ben 112 papi, ecco come definì gli ultimi 6 prima di Bergoglio…che sono poi quelli presenti anche in questo mio cammino su terra. Pastor Angelicus, Pio XII; Pastor et Nauta, Giovanni XXIII; Flos Florum, Paolo VI; De Medietate Lunae, Giovanni Paolo I; De Labore Solis, Giovanni Paolo II; De Gloria Olivae, Benedetto XVI. Non so se ne abbia tralasciati altri, ma subito dopo parla di uno che «nell’estrema persecuzione della Santa Romana Chiesa regnerà Pietro Romano, che pascerà il gregge tra molte tribolazioni, passate le quali la città dei sette colli sarà distrutta e il Giudice supremo giudicherà il suo popolo». Meno male che quello attuale si è chiamato Francesco; ve la immaginate, qualora avesse preso il nome di Pietro, la coda dei penitenti dinanzi ai confessionali?! 

mardi 22 avril 2014


                MARCONI  DIETRO  LE  QUINTE

Il  25 aprile 2014 ricorre il 140mo  anniversario della nascita di Guglielmo Marconi: il padre della mitica «scatoletta magica» che ci tiene compagnia giorno e notte, 24 ore su 24. Purtroppo, a differenza di quelli televisivi, gli animatori radio, non avendo l’opportunità di una visione diretta, operano quasi da dietro le quinte, senza potere esser visti e, a volte, senza essere, forse, nemmeno conosciuti. In omaggio a questa miriade di angeli custodi della nostra giornata, in particolare quelli della tricolore Canada’s First Multilingual Broadcaster, mi permetto di presentarvi anche Marconi…dietro le quinte; vi racconterò, cioè, cose sul suo conto che non tutti sanno o che, magari, vengono prese in poca considerazione.

        Innanzi tutto, come si addice ad ogni genio di un certo rispetto, anch’egli era uno di quelli con la testa «fra le nuvole»: era distratto, infatti!  Ve lo immaginate per le strade della Londra di quei tempi, in una giornata piovigginosa, un uomo recarsi nei suoi uffici con in mano un ombrellino da donna? E la moglie osservarlo da dietro la finestra mormorando tra sé e sé: «Ma cosa mi hai combinato mai, Guglielmo? Non ti sei accorto che invece del tuo hai preso il mio ombrellino rosso?». Ed assorto com’era nei suoi pensieri inventivi non faceva affatto caso alle sbirciatine di meraviglia che gli lanciavano, da sotto i loro ombrellini neri, i lord londinesi. Oltre ad essere un autodidatta ed inventore, fu pure un politico e un valido soldato al servizio del fascio. A tale proposito eccovi il parallelo che stabilì tra la sua opera e quella del Duce: «Rivendico l’onore di essere stato in telegrafia il primo fascista, il primo a riconoscere l’utilità di riunire in fascio i raggi elettrici, come Mussolini ha riconosciuto per primo in campo politico la necessità di riunire in fascio le energie sane del Paese per la maggiore grandezza dell’Italia». Ed ecco pure come Mussolini ricambiò tanta stima e tanto onore: “Nessuna meraviglia che Marconi abbracciasse, sin dalla vigilia, la dottrina delle Camice Nere, orgogliose di averlo tra i loro ranghi”.

        Di scienziati che hanno avuto grattacapi con increduli o affaristi senza scrupoli ce ne sono tanti: Galilei e Meucci insegnano! Anche il nostro ebbe i suoi rituali scettici a contraddirlo e a mettergli il bastone tra le ruote. I pescatori della Cornovaglia, per esempio, furono i suoi maggiori oppositori; essi, infatti, giunsero a dire che la sua invenzione andava tolta dalla circolazione «prima che le sue reazioni rovinassero il clima». Ma lo scienziato restò imperterrito e continuò per la sua strada. Il 23 gennaio 1909 il piroscafo italiano Florida, con a bordo emigranti diretti in America, andava a squarciare in due il transatlantico inglese Republic della White Star. Il marconista di bordo Jak Binns azionò il CDQ, l’allora codice di salvataggio, e tutti i passeggeri furono messi in salvo, tranne due che morirono per lo choc. Nel dicembre dello stesso anno, intanto, a Marconi veniva assegnato il premio Nobel per la fisica, mentre i pescatori della Cornovaglia se ne tornavano ad inghiottire  bocconi salati.

        La scienza a volte allontana dalla fede; Marconi, invece, viene quasi a testimoniarci il contrario allorché dichiara che è «contento di essere cristiano». Questa sua contentezza la traduce in pratica impegnandosi in prima persona nell’installazione, sotto il pontificato di Pio XI, di quella che ancora oggi è la radio vaticana. Il 29 febbraio del 1931, mettendo in comunicazione il papa con le riceventi di New York, Melbourne e Quebec, si onorava di dire: «Con l’aiuto di Dio che mette a disposizione dell’umanità tante forze misteriose, sono riuscito a preparare questo strumento che darà ai fedeli del mondo intero la consolazione di ascoltare la voce del Santo Padre»; e subito dopo, erano le 16 e 49, Pio XI impartiva la benedizione urbi et orbi per la prima volta via radio! Dopo di che Marconi concludeva la trasmissione con queste parole: «Per circa venti secoli il Pontefice Romano ha fatto sentire la parola del suo divino magistero nel mondo, ma questa è la prima volta che la sua viva voce può essere percepita simultaneamente su tutta la faccia della terra». «La tua fede ti ha salvato»: diceva a volte Gesù ai suoi miracolati…non sarà stata appunto la fede a salvare Marconi dal naufragio del Titanic? Datemi la risposta dopo aver letto quanto segue! Su quel transatlantico doveva esserci pure lui che però, per un fortuito contrattempo, partì qualche giorno prima per New York su di un’altra imbarcazione! Erano gli anni in cui, tra pro e contro, il tradizionale CDQ andava sempre più cedendo il posto al «salvagente» SOS di più rapida digitazione: se ci fosse stato bisogno di azionarlo, sul Titanic ci avrebbe pensato il fidato ed esperto marconista Harold Bride…e il caso si presentò e le tre miracolose lettere salvarono circa 700 anime! Ad accogliere i superstiti nel porto di New York c’era pure Marconi che, forse dopo aver rigraziato il cielo per lo scampato pericolo, diceva: «Vale la pena di aver vissuto per aver dato a questa gente la possibilità di essere salvata».

        Se la radio dovesse interrompersi anche per un solo secondo, quell’attimo sembrerebbe un’eternità; il 20 luglio del 1937 tutte le emittenti del mondo osservarono ben due minuti di silenzio: si era spento il grande Guglielmo Marconi…un connazionale di cui andare veramente fieri!       

vendredi 7 mars 2014


GENTE   NOSTRA

     Qual’è il ricordo più bello della vostra vita di italo emigranti? A parte quello indimenticabile del giorno in cui mia moglie ed io convolammo a nozze, vado a raccontarvi uno dei miei e vi assicuro che il calamaio in cui ho intinto la mia penna questa volta è uno di quelli dove si trova ancora inchiostro doc, ovverosia di una italianità verace. Detto ricordo è legato ad una persona che ha fatto brillare un forte raggio di italianità nella mia mente allorché ero ancora un fresco emigrante. É un raggio di italianità che continua ad illuminare il mio cammino di italocanadese e cerco di trasmetterlo a mia volta, da buon insegnante, anche nell’animo dei miei studenti…particolarmente, per ovvie ragioni, in quelli di quinta media che, con una lacrimuccia di commiato, saluto con questo consiglio: «Siate sempre fieri di essere dei canadesi di origine italiana!». 

     Ma ecco come si svolsero i fatti. Nel 1976 mia moglie ed io decidemmo di prendere la cittadinanza canadese..per poter partecipare attivamente a tutti gli obblighi politico-sociali di questo paese che avevamo scelto come seconda Patria. Ne facemmo domanda presso gli uffici competenti, ci furono consegnati degli opuscoli da studiare e ci fu dato appuntamento per la tale data e ad una determinata ora presso lo studio di un giudice di pace. E fu così che, nel giorno e all’ora stabilita, ci recammo puntuali al desiderato incontro. Venimmo ricevuti da una distinta signora che sin dal primo sguardo ci ispirò fiducia e simpatia; ci accolse con un bel sorriso di benvenuto e ci invitò a sederci dinanzi a lei. Cominciò ad esaminarci e, di tanto in tanto che lei si fermava per prendere appunti, noi esaminandi parlottavamo tra noi in italiano. Finito l’interrogatorio, svoltosi naturalmente in lingua francese, ci fece mettere una firma sui documenti dovuti e, congratulandosi con noi, si disse soddisfatta di essere stata proprio lei a conferirci la cittadinanza canadese. A quel punto ci stavamo alzando per andarcene...quando lei: «Oh no, -ci disse in lingua italiana- restate pure seduti. Adesso, che la prassi è finita, nessuno ci impedisce di scambiarci due parole nella nostra lingua madre!». E ci intrattenne per una buona mezz’oretta a parlare del più e del meno e di questo e di quest’altro; e da dove venivamo e quali fossero le nostre esperienze di vita o professionali; e di cosa facevamo e quali fossero i nostri progetti qui in terra canadese. Dopo di che, accompagnandoci alla porta del suo studio e accommiatandosi da noi, soggiunse: «Anche  se ora siete divenuti cittadini canadesi, continuate ad essere sempre fieri di essere italiani!».

     Suppongo che non fummo i soli italiani a passare per quel suo ufficio per ottenere la cittadinanza o per altri motivi; e immagino pure che quel patrio consiglio l’abbia seminato, quasi raggio di italianità, nella mente e nel cuore di molti di noialtri italiani all’estero. Questa insigne signora della comunità italiana di Montreal purtroppo non l’ho più rivista, ma sono sempre rimasto affezionato a quella sua singolare raccomandazione. Dirò di più, man mano che gli anni sono passati il pensiero di poterla incontrare di nuovo si è sempre più impossessato di me fino a divenire quasi una specie di «speranza in una carrambata». Questo mio sogno, purtroppo, l’ho dovuto chiudere definitivamente a chiave nel cassetto alcuni anni fa quando, attraverso la CFMB e i settimanali in lingua italiana di Montreal, venni a sapere che era deceduta, in veneranda età, una certa signora Maria Marelli, benemerita della Casa d’Italia; era morta Maria Marelli che nel corso della sua vita aveva esercitato pure la professione di «giudice di pace». Era dunque lei la distinta signora che in quel lontano 1976 diede un indirizzo ben preciso alla mia vita di italo emigrante!

     Non sarà che, forse, anche ciascuno di noi diventi, a volte, una magica bussola di orientamento per chi ci sta intorno? Attenti quindi a ciò che diciamo e a ciò che facciamo, cercando di non parlare bene e razzolare male! Ciò premesso mi permetto di condividere con voi una  massima che partecipo immancabilmente ogni anno, da buon educatore della loro italianità, ai miei «nipotini del sabato mattina»: «Molte persone entreranno ed usciranno dalla tua vita; ma solo un vero amico lascerà una traccia nel tuo cuore»…ed aggiungo che per ognuno di loro, e a questo punto anche per ognuno di voi, mi auguro di essere una di queste preziose persone che illuminano inconsapevolmente il cammino di chi, magari segretamente,  li ammira al punto da considerarli modelli da seguire, se non addirittura maestri di vita! 

 

jeudi 13 février 2014


LA   SAN  VALENTINO

     Il mese di febbraio è il mese dell’amore, quel nobile sentimento che un prezioso granello di saggezza vuole che sia la cosa più bella che la vita può offrirci e che, in cambio, anch’esso la ridona a sua volta tramite l’unione di un uomo con una donna; ed allora riscaldiamoci gli animi meditando sulla San Valentino che festeggiamo giusto al mezzo del mese più corto dell’anno.  Ma, detto per inciso, è anche una festa da orgoglio gay?

     A voi l’ardua sentenza!

     Da parte mia mi impegno a parlarvi della festa di tutti coloro nel cui cuore arde la fiamma dell’Amore, con la A maiuscola...anche nel rispetto di ogni giusto accomodamento ragionevole (ammesso che ce ne possa essere).

    Venendo a noi, la San Valentino è un raggio di luce squisitamente italiana che affonda il suo primo riverbero su nel tempo, sin dai giorni dei nostri padri latini della Roma eterna. In quella notte dei tempi erano soliti festeggiare il dio Lupercus con un rito tutto speciale. Un bimbo sceglieva il nome di alcune donne e di altrettanti uomini che avrebbero vissuto in intimità di coppia per tutto l’anno onde assicurare la fertilità della popolazione. Il dio Lupercus era appunto il protettore dei focolari e delle donne incinte. In seguito, col propagarsi del cristianesimo, si cercò di sostituire le ricorrenze lupercali con una festività religiosa ad esclusivo indirizzo degli innamorati. Naturalmente ci voleva un santo adatto allo scopo e la scelta cadde su San Valentino sia perchè la sua festa coincideva con il periodo delle lupercali, sia perchè nella sua vita si era dedicato a far nascere amore nei cuori giovanili o a rimettere in equilibrio gli amori vacillanti o in pericolo di sfasciamento.

     Tanto per cominciare, è dovuta proprio a lui la frase conclusiva, «dal tuo...», di tante missive, specialmente se sono lettere d’amore; ed eccone il perché. Durante la sua prigionia si era molto affezionato alla figlia cieca del suo carceriere Asterius. Allorché venne portato alla decapitazione mandò un pensiero d’addio alla fanciulla, a cui aveva ridato la vista,...e detto messaggio terminava, appunto, con la formula, divenuta in seguito quella formale di ogni scritto del genere che si rispetti, «dal tuo Valentino».  Si narra, poi, che, vedendo due fidanzati litigare, offrì  loro una rosa con la raccomandazione di tenerla stretta fra le loro mani unite...ed essi si riconciliarono. Ma eccovi anche un’altra delle sue «trovate» che ha lasciato una profonda traccia nella terminologia amorosa. Per far rinascere l’amore negli animi di un’altra coppia, che si stava «scoppiando», fece volare al di sopra delle loro teste alcune coppie di colombi che svolazzando a festa si scambiavano effusioni d’affetto. E da dove può avere avuto origine l’espressione «tubare come piccioncini» o “tubare come colombe”, se non proprio da questa geniale intercessione pro-amore prettamente sanvalentiniana? A proposito di trovate, ve ne aggiungo una che mi è stata raccontata una volta e che mi è rimasta sempre impressa nella mente. San Valentino, in questo benedetto mondo ormai tutto motorizzato, può essere considerato addirittura il protettore dell’automobilista prudente, di quello cioè che « va...lentino»!

     Ed ora, per accommiatarmi da voi in modo valentinianamente formale, auguri a te innamorato che mi leggi…«dal  tuo» Giuseppe   

 

 

 

 

lundi 27 janvier 2014


LA SETTIMANA  ITALIANA

     Farei un torto a te, mia gente, se, onorandomi di essere un «italiano vero», non spendessi due parole per la Settimana Italiana di Montreal organizzata dal Congresso Nazionale degli Italo Canadesi.  E siccome il cuore non me lo dice di darti un simile dispiacere, eccomi qui ad illustrare la 20ma edizione -quella targata 2013- di questa encomiabile manifestazione italian stile. Folclore, colori, note e sapori del nostro suolo nativo, ma lontano: valori umanamente sentiti e nostalgicamente trapiantati in terre straniere. Fede, arte, cultura, cucina, amor Patrio: valori ancestrali partecipati e condivisi con gente di ogni dove! Questa tradizionale Settimana Italiana è una grande festa annuale; è una sentita celebrazione di charme, carattere e cultura di un avvenimento tutto nostro che pervade l’aria di un’atmosfera che si tinge di verde, bianco e rosso; è il fascino delle nostre tradizioni e, al contempo, l’affermazione del nostro presente che, quasi raggi ventenni di una italianità maestosa e trasparente, illuminano di azzurro i cieli che sovrastano il San Lorenzo!

        Frugando nei ricordi del suo passato, molti sono i luoghi e i punti nevralgici della città da dove noi italiani abbiamo partecipato, lungo gli anni, la nostra gioia, la nostra simpatia e la cultura del nostro savoir faire tramite questo completo modo di esprimerci. Oltre ai quartieri di maggior impronta italiana, spesso e volentieri siamo stati ospitati pure dalla caratteristica e storica zona del Vecchio Porto di Montreal. Naturalmente i punti di maggior partecipazione festiva sono stati sempre la Piccola Italia, la Casa d’Italia, il comune di Saint Leonard e, dal 2000 in poi, il nuovo Centro Comunitario Leonardo da Vinci, senza trascurare i vari centri parrocchiali che si associano di buon grado ai suddetti festeggiamenti tramite le loro annuali feste patronali o  religiose. Da sottolineare, poi, che da alcuni anni a questa parte la Settimana Italiana va facendo sua pure una politica di sviluppo sostenibile; è già da un triennio, infatti, che si implica nel rispetto dell’ambiente adottando misure ecologiche eque e sostenibili  appunto.

        L’ultima edizione, quella del 2013, la ventesima come già detto, si è svolta, udite udite, nello spirito Patrio delle tanto decantate, attese ed antiche «feriae Augusti»: iniziata il 9 e terminata il 18 la nostra policroma e poliedrica Settimana è stata celebrata in pieno «ferragosto»! Piccola Italia, Saint Leonard, Notre-Dame de Gràce, La Salle, Rivière des Prairies, queste le zone cittadine maggiormente coinvolte nei festeggiamenti dove artisti, cantanti, comici e gruppi folcloristici (come gli Azzurri e le Stelle Alpine…mi astengo dal fare altri nomi perché senza dubbio ne dimenticherei qualcuno) hanno dato spettacolo ed hanno intrattenuto la gente in aromonia e lieta compagnia. Da visitare e da vedere ci sono state le Fiat 500, i chioschi delle varie regioni italiane, i disegni del concorso «Il piccolo Leonardo» che proponeva -come tema ai pittori in erba- l’Emila Romagna, torneo di bocce, proiezioni cinematografiche, concerti vari, incontri letterari ed altro ancora…senza dimenticare naturalmente i fuochi d’artificio. Numerosi anche gli sponsor, pubblici e privati, che hanno reso il tutto possibile grazie al loro contributo e attraverso il loro sostegno.

     Intanto, in questa 20ma edizione la S.I. ha marciato a «ritmo di Risorgimento»: nel 200mo anniversario della nascita di Giuseppe Verdi il CNIC, sotto la presidenza di Pino Asaro, ha voluto rendere omaggio alla regione del cigno di Busseto e, quindi, all’Emilia Romagna; e si è pensato ad onorare pure altri insigni talenti emiliani come, ad esempio, il grande Fellini con rassegne cinematografiche, come pure il poeta Tonino Guerra con una conferenza su di lui. Complice infine la clemenza meteorologica, che ci ha regalato un bel tempo, riuscitissima anche la «sfilata di moda sotto le stelle» la cui passerella ha avuto luogo sabato 17 alle ore 22: colori e disegni proposti da creatori di moda italiani; stile ed eleganza abbinati a collezioni di gusto e raffinatezza. Il tutto è terminato in armoniosa bellezza e a suon di note domenica 18 quando alle ore 21 il maestro Gianluca Martinenghi dava inizio all’esecuzione della Traviata del grande Giuseppe Verdi. Massiccio afflusso di pubblico: le 500 mila presenze dello scorso anno sono state ampiamente battute; e questo dato di fatto, lusinghiero segno di buon’auspicio, già fa volgere l’occhio a quella di questo 2014 allorché detta “sagra dell’italianità” farà registrare la sua 21ma edizione!

     Da quel  bravo italiano che mi onoro di essere, vi invito quindi, sin da ora, a parteciparvi  numerosi.       

 

 

dimanche 5 janvier 2014


LA  CASA  D’ITALIA

 
       Non sarei un «italiano vero», né questi miei scritti sull’italianità sarebbero completi, se non ne dedicassi uno alla Casa d’Italia! Inaugurata il primo novembre del 1936 è ancora lì, sulla Jean Talon, a parlare del nostro passato, a vivere il nostro presente, a sperare un futuro con chi verrà dopo di noi. Eretta lì nella Piccola Italia, la culla storica della nostra comunità, diviene la secondogenita della nostra gente in terra canadese. Di conseguenza si affianca alla Madonna della Difesa come seconda pietra miliare lungo il nostro cammino emigrante qui a Montreal; baluardo di solenne maestosità è ferma lì a testimoniare negli anni e nei secoli l’impronta laboriosa della nostra etnia in un Paese a sfondo altamente cosmopolita.

Il taglio del nastro inaugurale della sua apertura avvenne nel giorno di Ognisanti di 78 anni fa. I nostri padri ne fecero subito la loro «casa» ed essa divenne immediatamente la «casa di tutti gli italiani», nonché la sede di incontri ed attività socio-comunitarie: feste, banchetti, matrimoni, riunioni, esposizioni, ritrovo per balli, cinema ed altro ancora. Ne va da sé che, soprattutto a quei tempi di prime ondate migratorie, la  Casa d’Italia giocava un ruolo importantissimo nel consentire i legami con la Madre Patria e nel favorire un giusto inserimento in quella adottiva; fungeva pure da centro di assistenza per gli immigrati e dava un appoggio a persone e famiglie in cerca di un lavoro. La sua progettazione, costruzione ed inaugurazione avvenne nel 1936: del periodo storico che fece da sfondo ai suoi natali ne fa fede un fascio littorio sul frontespizio di questo superbo edificio che, al tempo, fu un faro di attracco nonché di varo…di tanti sogni! La Casa d’Italia, oggi come oggi, ha cambiato volto, si è ringiovanita, è stata rinnovata, è stata ambliata, le sono state assegnate nuove mansioni, è stata messa…al passo coi tempi; è stata anche ribattezzata col nome di «Centro Comunitario della Petite Italie-Casa d’Italia»! É stata presentata nella sua struttura aggiornata alcuni anni fa in occasione del suo 75mo anniversario di fondazione che coincideva, giusto sottolinearlo, con il 150mo «compleanno» dell’Unità d’Italia.  Ma vogliamo dare  uno sguardo alla funzione che è stata programmata per i suoi vari settori in conseguenza della suddetta ristrutturazione? Giù nel sottosuolo archivio e biblioteca, centro per corsi di culinaria, sale per corsi di lingua e cultura, piccolo teatro per assistere a proiezioni e conferenze. Al primo piano, dove si può accedere anche da un ingresso aperto sulla strada Berri, là dove prima si davano feste e banchetti, ora c’è un grande teatro per cerimonie ufficiali e spettacoli; uno spazio «eco museo»; una sala della memoria; uno spazio, con pavimento decorato da significativi medaglioni, per esposizioni di un certo rilievo. Sul pavimento dell’atrio dinanzi alle due porte del grande teatro, una scritta recita: «Va il pensiero alla terra degli avi, alla terra esalante i miei sudori, segnataria di un malvagio destino. Un treno mi strappò via lontano, una nave mi battezzò d’angoscie e gettò l’ancora della mia miseria su questa terra di solitudine. Ma per la forza donde mi nutristi, ai miei fedeli rampolli trasmetto il mio nome e della Patria i valori. Mia terra, erede dei tuoi successi, ormai da te per sempre lontano, del tuo popolo e del tuo passato in questa casa l’orgoglioso testimone rimango». Tornando alle esposizioni, sapete quale è stata la prima esposizione avutasi nella così rinnovata Casa d’Italia? Le traglie della «Sagra del grano» della Sant’Anna di Ielsi! Sempre lì a poca distanza, e sempre nel cuore della Piccola Italia come già detto, c’è pure la Madonna della Difesa; e chi furono a darle proprio questo nome? Guarda caso…ancora dei molisani, questa volta  di Casacalenda! Il piano superiore, infine, è stato adibito ad uffici: sia della stessa Casa e sia di Associozioni ed Enti vari. A richiesta delle Associazioni Molisane del Canada, non c’è due senza tre, la Fonderia Pontificia Marinelli di Agnone ha dedicato una campana a «quanti, con coraggio e sacrificio, nei primi anni del ‘900, si sono allontanati da affetti e radici per intraprendere il duro cammino dell’emigrazione». Detta campana emetterà i suoi nostalgici rintocchi dalla Casa d’Italia a cui è stata donata; ha un diametro di 35 cm e si fregia di un logo dei 75 anni della Casa e di uno dei 150 anni dell’Unità d’Italia; essa ricorda pure i 50 anni della Lega Agnonese e, intorno alla base, reca le sigle di tutte le regioni del nostro stivale.

Dire futuro vuol dire, in un certo qual senso, rivolgersi ai giovani; ed è appunto con essi che intende «dialogare» la Casa d’Italia ora che si è data una nuova veste, ora che si è assunta una diversa missione da svolgere, ora che ha pure una campana per scandire le ore di un tempo passato…e trasmetterne i rintocchi in uno a venire.   Stando a quanto detto da alcuni responsabili dello stabile, «La Casa d’Italia vuole essere il luogo della memoria della nostra comunità, il luogo dove ritrovare e conservare l’essenza, le radici della comunità italiana di Montreal». Ed inoltre: «Abbiamo un obbligo verso le generazioni future: quello di conservare una massa critica di documenti, foto, lettere, oggetti particolari affinché questi possano essere utili agli studenti, ai ricercatori, ai turisti, alla comunità, alle istituzioni, a ciascuno di noi, per conservare i momenti e le vicende della nostra integrazione anche se a volte difficile e penosa».  La nostra Casa d’Italia è cresciuta e si è ingrandita per adeguarsi alle mentalità sociali che vanno sistematicamente cambiando; ma rimane sempre lì a darci orgoglio, ad inculcare emozioni, a raccontare una lunga e gloriosa storia che appartiene anche a te e a me e che pure i tuoi e miei figli continueranno a scrivere! Con un rombo metallico simile a quello delle trombe  di quei bastimenti che dai porti italiani salpavano alla volta di Halifax, la Casa d’Italia, in occasione del gala del suo 76mo -personalità della serata, la leggenda della musica, Frank Pavan-, ha intrapreso un nuovo cammino «a bordo» della memoria in un viaggio tra i ricordi del passato. Nel 2012 ha ricordato la «partenza», nel 2013 l’«arrivo», in questo 2014 l’«integrazione» e poi altro ancora…di tutto quello che come gruppo comunitario abbiamo edificato a Montreal noialtri italiani dai primissimi tempi dell’emigrazione ai giorni nostri.  Che emozionante nodo alla gola dovette essere la rievocazione di quelle partenze per il «ragazzino» di 105 anni –anche lui lì presente come ospite d’onore- Michele Lanese che quel rombo di tromba, forse, lo portava stretto nel cuore da circa un secolo! Dal 2012 un’altra pietra è giunta a consolidare la nostra casa; al suo ingresso, infatti, si potrà ammirare d’ora in poi una scultura, opera del casacalendese Egidio Vincelli, in memoria degli italo-canadesi internati nei campi di concentramento di Petawawa, in Ontario, durante la seconda guerra mondiale.

P.S. Purtroppo Michele Lanese è scomparso qualche anno fa.